Il paper presenterà una ricerca volta ad analizzare le condizioni sociali e lavorative delle donne immigrate occupate nel lavoro domestico di assistenza familiare; l’indagine verrà condotta mettendo a fuoco le variabili di classe, “razza” e genere che stratificano e naturalizzano le disuguaglianze insite nelle relazioni che vedono protagoniste le assistenti familiari immigrate e le famiglie per le quali lavorano. Si tenterà, inoltre, di far emergere come, in tali relazioni, si intersechino disuguaglianze a livello macro, relative ai diversi livelli di sviluppo e di ricchezza tra le nazioni del Sud (e dell’Est) e le nazioni del Nord (e dell’Ovest) del mondo, a disuguaglianze a livello “micro”, legate ad una diseguale distribuzione del potere sociale ed economico tra attori di diverse classi sociali, nazionalità, generi. Adottando queste prospettive si approfondirà come si strutturi e si diversifichi il rapporto tra il corpo dell’assistente familiare e il corpo dell’assistito (a seconda che questo sia uomo o donna), il rapporto della lavoratrice con il proprio corpo e con la malattia, ma anche il rapporto delle assistenti familiari con la morte e col denaro. Cercherò, quindi, di illustrare come alle assistenti familiari sia negata una vita affettiva e familiare propria: dietro la “concessione” di “far parte della famiglia” (per la quale si lavora) si cela, in realtà, la “richiesta” di sacrificare le proprie relazioni familiari. 1. Donne di mondo Questo paper è il frutto di un’etnografia durata oltre un anno e condotta, tra il dicembre 2005 e l’aprile 2007, presso gli sportelli di un “Centro servizi per la cura familiare” dislocati nella provincia di Verona. Questa struttura si propone di favorire l’incontro tra le lavoratrici (quasi sempre immigrate dall’est europeo) in cerca di un’occupazione nell’ambito della cura domiciliare agli anziani e le famiglie che necessitano di un contributo assistenziale in tale direzione. I compiti dell’operatore preposto allo sportello risultano ben più complessi rispetto al mero “incontro fra domanda ed offerta di lavoro domestico”, implicano un lavoro sociale svolto gomito a gomito con le assistenti sociali e gli altri servizi operanti sul territorio, una continua azione di mediazione e accompagnamento a favore delle lavoratrici e delle famiglie, di tutela delle lavoratrici e di valorizzazione del loro ruolo, di analisi e di presa in carico dei bisogni di cura delle famiglie; ciò ha permesso di condurre l’osservazione nelle abitazioni degli anziani assistiti (i luoghi di lavoro delle assistenti familiari) e raccogliere testimonianze e storie di vita delle lavoratrici stesse. E’ stato possibile, così, da un lato far emergere situazioni di oggettivo sfruttamento, testimoniare condizioni di lavoro paraschiavili ed esistenze annullate1; dall’altro “toccare con mano” episodi di affratellamento e incontri carichi di calore e umanità: vissuti che hanno contribuito al mutamento della percezione e delle rappresentazioni degli immigrati da parte delle famiglie autoctone. Le storie della migrazione, infatti, entrano nelle case e nelle vite delle famiglie italiane, assumono volti, voci ed esperienze calde e colorate, ne trasformano le vite e le quotidianità, si insinuano fra le pieghe dell’emotività coinvolgendo e stravolgendo, molto spesso, anche la sfera degli affetti. Sono squarci nell’invisibilità che compongono una profonda trasformazione sociale che si attiva dal basso, prendendo le mosse da quella “capacità di intreccio che sta nella quotidianità” [Amadei, 2005, 8]. Inscritto in queste dinamiche di mutamento sociale, però, risiede il paradosso che colpisce le lavoratrici di cura immigrate in Italia: se, da un lato, il miglioramento delle condizioni di vita delle proprie famiglie nel paese di origine costituisce una delle principali spinte verso l’emigrazione, dall’altro, la relazione lavorativa “olistica”, permeante ogni interstizio del loro vivere quotidiano e caratterizzante questo tipo di lavoro di cura, le obbliga a rinunciare puntualmente a quegli stessi legami familiari e a quelle stesse relazioni affettive per le quali ci si sacrifica. Questa rinuncia, imposta dalle condizioni strutturali incorporate nelle modalità lavorative e coresidenziali dell’assistenza domiciliare, inoltre, si gioca a favore di un’altra famiglia alla quale viene richiesto alla lavoratrice di “appartenere”: quella del proprio assistito e del proprio datore di lavoro. Ecco che, quindi, dietro la “concessione” di far parte della famiglia (per la quale si lavora) si cela, in realtà, la “richiesta” di sacrificare le proprie relazioni familiari.

Figure liminali, esistenze sul confine

Della Puppa, F.
2010-01-01

Abstract

Il paper presenterà una ricerca volta ad analizzare le condizioni sociali e lavorative delle donne immigrate occupate nel lavoro domestico di assistenza familiare; l’indagine verrà condotta mettendo a fuoco le variabili di classe, “razza” e genere che stratificano e naturalizzano le disuguaglianze insite nelle relazioni che vedono protagoniste le assistenti familiari immigrate e le famiglie per le quali lavorano. Si tenterà, inoltre, di far emergere come, in tali relazioni, si intersechino disuguaglianze a livello macro, relative ai diversi livelli di sviluppo e di ricchezza tra le nazioni del Sud (e dell’Est) e le nazioni del Nord (e dell’Ovest) del mondo, a disuguaglianze a livello “micro”, legate ad una diseguale distribuzione del potere sociale ed economico tra attori di diverse classi sociali, nazionalità, generi. Adottando queste prospettive si approfondirà come si strutturi e si diversifichi il rapporto tra il corpo dell’assistente familiare e il corpo dell’assistito (a seconda che questo sia uomo o donna), il rapporto della lavoratrice con il proprio corpo e con la malattia, ma anche il rapporto delle assistenti familiari con la morte e col denaro. Cercherò, quindi, di illustrare come alle assistenti familiari sia negata una vita affettiva e familiare propria: dietro la “concessione” di “far parte della famiglia” (per la quale si lavora) si cela, in realtà, la “richiesta” di sacrificare le proprie relazioni familiari. 1. Donne di mondo Questo paper è il frutto di un’etnografia durata oltre un anno e condotta, tra il dicembre 2005 e l’aprile 2007, presso gli sportelli di un “Centro servizi per la cura familiare” dislocati nella provincia di Verona. Questa struttura si propone di favorire l’incontro tra le lavoratrici (quasi sempre immigrate dall’est europeo) in cerca di un’occupazione nell’ambito della cura domiciliare agli anziani e le famiglie che necessitano di un contributo assistenziale in tale direzione. I compiti dell’operatore preposto allo sportello risultano ben più complessi rispetto al mero “incontro fra domanda ed offerta di lavoro domestico”, implicano un lavoro sociale svolto gomito a gomito con le assistenti sociali e gli altri servizi operanti sul territorio, una continua azione di mediazione e accompagnamento a favore delle lavoratrici e delle famiglie, di tutela delle lavoratrici e di valorizzazione del loro ruolo, di analisi e di presa in carico dei bisogni di cura delle famiglie; ciò ha permesso di condurre l’osservazione nelle abitazioni degli anziani assistiti (i luoghi di lavoro delle assistenti familiari) e raccogliere testimonianze e storie di vita delle lavoratrici stesse. E’ stato possibile, così, da un lato far emergere situazioni di oggettivo sfruttamento, testimoniare condizioni di lavoro paraschiavili ed esistenze annullate1; dall’altro “toccare con mano” episodi di affratellamento e incontri carichi di calore e umanità: vissuti che hanno contribuito al mutamento della percezione e delle rappresentazioni degli immigrati da parte delle famiglie autoctone. Le storie della migrazione, infatti, entrano nelle case e nelle vite delle famiglie italiane, assumono volti, voci ed esperienze calde e colorate, ne trasformano le vite e le quotidianità, si insinuano fra le pieghe dell’emotività coinvolgendo e stravolgendo, molto spesso, anche la sfera degli affetti. Sono squarci nell’invisibilità che compongono una profonda trasformazione sociale che si attiva dal basso, prendendo le mosse da quella “capacità di intreccio che sta nella quotidianità” [Amadei, 2005, 8]. Inscritto in queste dinamiche di mutamento sociale, però, risiede il paradosso che colpisce le lavoratrici di cura immigrate in Italia: se, da un lato, il miglioramento delle condizioni di vita delle proprie famiglie nel paese di origine costituisce una delle principali spinte verso l’emigrazione, dall’altro, la relazione lavorativa “olistica”, permeante ogni interstizio del loro vivere quotidiano e caratterizzante questo tipo di lavoro di cura, le obbliga a rinunciare puntualmente a quegli stessi legami familiari e a quelle stesse relazioni affettive per le quali ci si sacrifica. Questa rinuncia, imposta dalle condizioni strutturali incorporate nelle modalità lavorative e coresidenziali dell’assistenza domiciliare, inoltre, si gioca a favore di un’altra famiglia alla quale viene richiesto alla lavoratrice di “appartenere”: quella del proprio assistito e del proprio datore di lavoro. Ecco che, quindi, dietro la “concessione” di far parte della famiglia (per la quale si lavora) si cela, in realtà, la “richiesta” di sacrificare le proprie relazioni familiari.
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