Per l’epoca medievale e rinascimentale anche le pratiche creditizie non vanno associate solo alla moneta come generalmente intesa (reale o di conto), ma inserite in un mercato più ampio in cui si misuravano i beni su “valori monetari”. Il prezzo era l’attribuzione di una stima fondata sulla domanda e sul contesto, prima ancora che sul coefficiente contabile associato a un valore intrinseco. Ne consegue l’ampio ricorso alle merci in funzione di denaro-equivalenti anche nel settore finanziario, non solo in funzione di garanzia e pegno, ma come vere e proprie alternative alla moneta. Spicca in questo processo il ruolo assunto dagli oggetti usati a disposizione di individui e famiglie e la loro multifunzionale adattabilità. Per analizzare il tema a livello concreto e trasversale dal punto di vista socio-economico, in questo articolo il focus è posto sulle tipologie di beni denaro-equivalenti impiegati nel mercato creditizio gestito da operatori specializzati quali i componenti della minoranza ebraica; fossero questi ultimi prestatori su pegno e gestori di banchi, oppure a capo di botteghe di strazzaria. Proprio queste ultime, infatti, erano in grado di rispondere alle necessità di (ri)uso e reimmissione sul mercato di oggetti di ogni tipologia merceologica e della massima diversificazione di valore (dagli stracci ai monili). Erano inoltre capaci di soddisfare una clientela ad ampio spettro, sia come venditori che compratori. Questa duttilità e il confinamento professionale imposto agli ebrei dalla Serenissima fece sì che in tale ambito si sviluppassero nel Quattrocento raffinate forme di prestito mascherato fondate sui denaro-equivalenti, per assolvere in maniera efficace alla carenza di moneta circolante e per renderle accessibili a chi – di necessità o per scelta – facesse ricorso ai beni mobili per accedere al credito.

Il (ri)uso delle merci come moneta alternativa nel mercato del credito: il caso veneto nel primo Rinascimento

Rachele Scuro
2026

Abstract

Per l’epoca medievale e rinascimentale anche le pratiche creditizie non vanno associate solo alla moneta come generalmente intesa (reale o di conto), ma inserite in un mercato più ampio in cui si misuravano i beni su “valori monetari”. Il prezzo era l’attribuzione di una stima fondata sulla domanda e sul contesto, prima ancora che sul coefficiente contabile associato a un valore intrinseco. Ne consegue l’ampio ricorso alle merci in funzione di denaro-equivalenti anche nel settore finanziario, non solo in funzione di garanzia e pegno, ma come vere e proprie alternative alla moneta. Spicca in questo processo il ruolo assunto dagli oggetti usati a disposizione di individui e famiglie e la loro multifunzionale adattabilità. Per analizzare il tema a livello concreto e trasversale dal punto di vista socio-economico, in questo articolo il focus è posto sulle tipologie di beni denaro-equivalenti impiegati nel mercato creditizio gestito da operatori specializzati quali i componenti della minoranza ebraica; fossero questi ultimi prestatori su pegno e gestori di banchi, oppure a capo di botteghe di strazzaria. Proprio queste ultime, infatti, erano in grado di rispondere alle necessità di (ri)uso e reimmissione sul mercato di oggetti di ogni tipologia merceologica e della massima diversificazione di valore (dagli stracci ai monili). Erano inoltre capaci di soddisfare una clientela ad ampio spettro, sia come venditori che compratori. Questa duttilità e il confinamento professionale imposto agli ebrei dalla Serenissima fece sì che in tale ambito si sviluppassero nel Quattrocento raffinate forme di prestito mascherato fondate sui denaro-equivalenti, per assolvere in maniera efficace alla carenza di moneta circolante e per renderle accessibili a chi – di necessità o per scelta – facesse ricorso ai beni mobili per accedere al credito.
2026
56
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