La storia recente del Sudafrica offre un caso esemplare di razzismo istituzionale. L’apartheid si è realizzato attraverso una precisa ed elaborata urbanistica segregativa che ha definito gli spazi secondo criteri razziali stabiliti da un complesso corpus legislativo. La popolazione catalogata come non “white” era relegata nelle townships: sovrappopolati ghetti situati nelle periferie urbane o vicino a poli industriali e minerari, privi di servizi e infrastrutture, di rete idraulica e fognaria, e spesso inquinati da sostanze tossiche (soprattutto nelle aree estrattive). Se l’apartheid politico finisce nel 1994, la struttura urbanistica resta, perpetuando la marginalizzazione e le diseguaglianze ambientali e di salute che esplodono, in maniera evidente, durante l’epidemia di Aids che aggredisce il paese nel post-apartheid e, più recentemente, durante la crisi Covid-19. L’articolo affronta, dalla prospettiva dei Performance Studies, la posizione attivista che il mondo delle arti della scena ha tenuto nei confronti del razzismo ambientale e di salute nell’era del post-apartheid, concentrandosi in particolare sul ruolo politico che il teatro ha svolto nella lotta all’Hiv e per una decolonizzazione delle pratiche mediche. Ripercorrendo le variazioni di rotta e i cambiamenti di approccio degli ultimi decenni, il saggio si conclude affrontando la reazione artistica alla crisi sanitaria ed economica provocata dal Covid-19, evidenziando come la posizione delle arti contemporanee sia strettamente legata alla storica resistenza anti-apartheid, in un estenuante confronto, a volte conflittuale.

"Theatre is a weapon". Le lotte teatrali contro le diseguaglianze razziali di salute nel Sudafrica del Post-apartheid tra Aids e Covid-19

Ruffini Rosaria
2022

Abstract

La storia recente del Sudafrica offre un caso esemplare di razzismo istituzionale. L’apartheid si è realizzato attraverso una precisa ed elaborata urbanistica segregativa che ha definito gli spazi secondo criteri razziali stabiliti da un complesso corpus legislativo. La popolazione catalogata come non “white” era relegata nelle townships: sovrappopolati ghetti situati nelle periferie urbane o vicino a poli industriali e minerari, privi di servizi e infrastrutture, di rete idraulica e fognaria, e spesso inquinati da sostanze tossiche (soprattutto nelle aree estrattive). Se l’apartheid politico finisce nel 1994, la struttura urbanistica resta, perpetuando la marginalizzazione e le diseguaglianze ambientali e di salute che esplodono, in maniera evidente, durante l’epidemia di Aids che aggredisce il paese nel post-apartheid e, più recentemente, durante la crisi Covid-19. L’articolo affronta, dalla prospettiva dei Performance Studies, la posizione attivista che il mondo delle arti della scena ha tenuto nei confronti del razzismo ambientale e di salute nell’era del post-apartheid, concentrandosi in particolare sul ruolo politico che il teatro ha svolto nella lotta all’Hiv e per una decolonizzazione delle pratiche mediche. Ripercorrendo le variazioni di rotta e i cambiamenti di approccio degli ultimi decenni, il saggio si conclude affrontando la reazione artistica alla crisi sanitaria ed economica provocata dal Covid-19, evidenziando come la posizione delle arti contemporanee sia strettamente legata alla storica resistenza anti-apartheid, in un estenuante confronto, a volte conflittuale.
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