Il Canzoniere di Umberto Saba costituisce un organismo unico tra le esperienze compositive del primo Novecento italiano. La ricerca stilistica, l’intreccio della sensibilità lirica e del dramma della vicenda umana in rapporto all’atto stesso della creazione in versi, rendono la raccolta una testimonianza fondamentale, così come la radice programmatica della sua realizzazione: raccogliere in un solo corpus la quasi totalità di ciò che è stato, poeticamente, composto. Tutto muta nel suo svolgimento, tanto le strutture formali quanto il lessico e le immagini topiche, eppure tutto rimane fedele alla stessa sensibilità demiurgica che ne orchestra i caratteri. Focalizzare l’attenzione critica sui dettagli dell’opera permette quindi di cogliere le specificità delle formulazioni compositive, e di rapportarli all’orizzonte generale fin qui descritto: così la parola luna, ripetuta in totale tredici volte, mostra un volto trasfigurato in ogni fase. L’indagine sulla ripetizione del termine mette in luce non solo il rapporto del poeta con il topos nella sua generalità, ma anche la riconfigurazione di esso in chiave materiale, compositiva. La metamorfosi dei significati associati all’immagine lunare, dalla strumentalità canonica delle formulazioni giovanili alla profondità della declinazione del termine negli anni della maturità, mostra come in oltre cinquant’anni di attività poetica la luna resti nell’immaginario sabiano una presenza costante, un altro da sé in rapporto dialettico, un elemento concreto del cosmo immaginifico-emozionale del poeta triestino. Il mio intervento focalizza la sua attenzione sull’approfondimento di tali contenuti in chiave formale e tematica: presentando una lettura delle tredici sedi si intenderà tentare di accedere a una comprensione più profonda delle implicazioni di significato legate, nel Canzoniere, alla presenza della luna. Sedi in cui, a partire dalle Poesie d’adolescenza e giovanili in cui il satellite accompagna il poeta nella dialettica rovesciata dell’“essere nato / essere / non essere nato”, passando per l’impressione di santità dei «Nuovi versi alla luna» poi «Nuovi versi alla lina», per i mutamenti di una luna che è dolce, è lume, è occhi, che arde, che resta in silenzio, fino alla trasfigurazione in parole di una lingua che non è più umana, non più quella del poeta ma del «Rosignuolo» (“La dolcezza del mondo è una. /Solo a lei canto al lume della luna”), il corpo celeste ritorna nei versi di Saba in una metamorfosi costante, scandita nei caratteri di un notturno nostalgico, esistenziale.

Una vita con tredici lune. Sulla ricorsività del termine «Luna» nel Canzoniere di Umberto Saba

Stefano Bottero
2022

Abstract

Il Canzoniere di Umberto Saba costituisce un organismo unico tra le esperienze compositive del primo Novecento italiano. La ricerca stilistica, l’intreccio della sensibilità lirica e del dramma della vicenda umana in rapporto all’atto stesso della creazione in versi, rendono la raccolta una testimonianza fondamentale, così come la radice programmatica della sua realizzazione: raccogliere in un solo corpus la quasi totalità di ciò che è stato, poeticamente, composto. Tutto muta nel suo svolgimento, tanto le strutture formali quanto il lessico e le immagini topiche, eppure tutto rimane fedele alla stessa sensibilità demiurgica che ne orchestra i caratteri. Focalizzare l’attenzione critica sui dettagli dell’opera permette quindi di cogliere le specificità delle formulazioni compositive, e di rapportarli all’orizzonte generale fin qui descritto: così la parola luna, ripetuta in totale tredici volte, mostra un volto trasfigurato in ogni fase. L’indagine sulla ripetizione del termine mette in luce non solo il rapporto del poeta con il topos nella sua generalità, ma anche la riconfigurazione di esso in chiave materiale, compositiva. La metamorfosi dei significati associati all’immagine lunare, dalla strumentalità canonica delle formulazioni giovanili alla profondità della declinazione del termine negli anni della maturità, mostra come in oltre cinquant’anni di attività poetica la luna resti nell’immaginario sabiano una presenza costante, un altro da sé in rapporto dialettico, un elemento concreto del cosmo immaginifico-emozionale del poeta triestino. Il mio intervento focalizza la sua attenzione sull’approfondimento di tali contenuti in chiave formale e tematica: presentando una lettura delle tredici sedi si intenderà tentare di accedere a una comprensione più profonda delle implicazioni di significato legate, nel Canzoniere, alla presenza della luna. Sedi in cui, a partire dalle Poesie d’adolescenza e giovanili in cui il satellite accompagna il poeta nella dialettica rovesciata dell’“essere nato / essere / non essere nato”, passando per l’impressione di santità dei «Nuovi versi alla luna» poi «Nuovi versi alla lina», per i mutamenti di una luna che è dolce, è lume, è occhi, che arde, che resta in silenzio, fino alla trasfigurazione in parole di una lingua che non è più umana, non più quella del poeta ma del «Rosignuolo» (“La dolcezza del mondo è una. /Solo a lei canto al lume della luna”), il corpo celeste ritorna nei versi di Saba in una metamorfosi costante, scandita nei caratteri di un notturno nostalgico, esistenziale.
Fly me to the Moon. La luna nell’immaginario umano
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