Prigionie è il titolo della prima raccolta poetica di Alba de Céspedes, edita nel 1936. Permeata da un’espressività formale e contenutistica dai forti tratti maledettistici, si inserisce in un canone della letteratura italiana che annovera dei predecessori come Emilio Praga o Giovanni Camerana, dei contemporanei della levatura di Dino Campana e Carlo Michelstaedter. La spiritualità inquieta, rivolta all’affermazione ossessiva della propria tristezza e della propria solitudine, emerge come un elemento portante di Prigionie: i significati delle singole composizioni, in relazione a questo, ritraggono complessivamente l’impossibilità ontologica di accedere a una condizione differente, di raggiungere uno status di quiete o di completezza emotiva. La considerazione del rapporto con la seconda – e ultima – opera poetica, pubblicata a Parigi nel 1968 con il titolo di Chansons de filles de mai, permette la messa in risalto di un cambiamento sostanziale nella poetica della scrittrice romana, orientata verso la fine degli anni sessanta alla descrizione dei propri sentimenti e della propria interiorità in relazione ai turbamenti dell’ordine storico e sociale. Questo mutamento condiziona anche gli aspetti formali delle composizioni del 1968, caratterizzati maggiormente da procedimenti di frammentazione del verso. L’analisi formale di Prigionie, condotta in riferimento ai versi di Campana e Michelstaedter, rivela una sostanziale coincidenza che si stabilisce tra le poetiche di questi e quella di Alba de Céspedes; questa è inoltre da contestualizzarsi in un orizzonte storico di profondi mutamenti nei canoni di espressione poetica, descritto a partire dalle riflessioni critiche di Niva Lorenzini e Marcel Raymond.

Poetica e maledettismo in Prigionie

Stefano Bottero
2017

Abstract

Prigionie è il titolo della prima raccolta poetica di Alba de Céspedes, edita nel 1936. Permeata da un’espressività formale e contenutistica dai forti tratti maledettistici, si inserisce in un canone della letteratura italiana che annovera dei predecessori come Emilio Praga o Giovanni Camerana, dei contemporanei della levatura di Dino Campana e Carlo Michelstaedter. La spiritualità inquieta, rivolta all’affermazione ossessiva della propria tristezza e della propria solitudine, emerge come un elemento portante di Prigionie: i significati delle singole composizioni, in relazione a questo, ritraggono complessivamente l’impossibilità ontologica di accedere a una condizione differente, di raggiungere uno status di quiete o di completezza emotiva. La considerazione del rapporto con la seconda – e ultima – opera poetica, pubblicata a Parigi nel 1968 con il titolo di Chansons de filles de mai, permette la messa in risalto di un cambiamento sostanziale nella poetica della scrittrice romana, orientata verso la fine degli anni sessanta alla descrizione dei propri sentimenti e della propria interiorità in relazione ai turbamenti dell’ordine storico e sociale. Questo mutamento condiziona anche gli aspetti formali delle composizioni del 1968, caratterizzati maggiormente da procedimenti di frammentazione del verso. L’analisi formale di Prigionie, condotta in riferimento ai versi di Campana e Michelstaedter, rivela una sostanziale coincidenza che si stabilisce tra le poetiche di questi e quella di Alba de Céspedes; questa è inoltre da contestualizzarsi in un orizzonte storico di profondi mutamenti nei canoni di espressione poetica, descritto a partire dalle riflessioni critiche di Niva Lorenzini e Marcel Raymond.
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