L’articolo si incarica di leggere la transizione post-bellica in Jugoslavia alla luce del conflitto sociale inteso in senso lato, considerando cioè le tensioni, i discorsi e le misure ufficiali prese per gestire i soggetti marginali della società (prostitute, elemosinanti, disoccupati, artisti girovaghi e venditori ambulanti). L’obiettivo è quello di testare, da questo punto di vista, le tesi più recenti sui “confini fantasma”, sui lasciti post-imperiali, sulla “lunga Prima guerra mondiale” (1911-23). Un secondo obiettivo è quello di valutare in che misura l’approccio maggiormente utilizzato in storiografia per interpretare l’esperienza della prima Jugoslavia, ossia focalizzandosi sui conflitti nazionali, sia utile per illuminare la transizione postbellica di quel paese. Verranno presi in esame anzitutto due casi di studio: le politiche nei confronti della prostituzione e dell’accattonaggio. La tesi che si vuole sostenere è che anche in questi ambiti numerosi elementi discorsivi, dispositivi giuridici e strutture istituzionali del periodo interbellico sono sì sorti in epoca tardo-ottocentesca (e quindi per alcune regioni tardo-imperiale), ma che essi cambiarono il loro ruolo, e ad essi se ne aggiunsero di nuovi. La questione nazionale, inoltre, sembra giocare un ruolo marginale. Sembra piuttosto assai utile indagare la storia interbellica di questo paese, come dell’intero Sud-est europeo, inquadrandolo all’interno dei progetti di disciplinamento e ingegneria sociale. La regione si rivela allora assai moderna e ben integrata nel quadro inter- e transnazionale europeo.

La Jugoslavia postbellica: una moderna storia di conflitto e controllo sociale

Stefano Petrungaro
2020

Abstract

L’articolo si incarica di leggere la transizione post-bellica in Jugoslavia alla luce del conflitto sociale inteso in senso lato, considerando cioè le tensioni, i discorsi e le misure ufficiali prese per gestire i soggetti marginali della società (prostitute, elemosinanti, disoccupati, artisti girovaghi e venditori ambulanti). L’obiettivo è quello di testare, da questo punto di vista, le tesi più recenti sui “confini fantasma”, sui lasciti post-imperiali, sulla “lunga Prima guerra mondiale” (1911-23). Un secondo obiettivo è quello di valutare in che misura l’approccio maggiormente utilizzato in storiografia per interpretare l’esperienza della prima Jugoslavia, ossia focalizzandosi sui conflitti nazionali, sia utile per illuminare la transizione postbellica di quel paese. Verranno presi in esame anzitutto due casi di studio: le politiche nei confronti della prostituzione e dell’accattonaggio. La tesi che si vuole sostenere è che anche in questi ambiti numerosi elementi discorsivi, dispositivi giuridici e strutture istituzionali del periodo interbellico sono sì sorti in epoca tardo-ottocentesca (e quindi per alcune regioni tardo-imperiale), ma che essi cambiarono il loro ruolo, e ad essi se ne aggiunsero di nuovi. La questione nazionale, inoltre, sembra giocare un ruolo marginale. Sembra piuttosto assai utile indagare la storia interbellica di questo paese, come dell’intero Sud-est europeo, inquadrandolo all’interno dei progetti di disciplinamento e ingegneria sociale. La regione si rivela allora assai moderna e ben integrata nel quadro inter- e transnazionale europeo.
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