Il falso archeologico differisce da un a copia o da una replica di un oggetto antico solo per l’intenzione di dolo che sta alla base dell’esecuzione dell’oggetto. L’antiquaria ci ha insegnato come il concetto di copia e di replica sia stato un concetto sovente assai positivo: riconosciamo unanimemente la qualità scientifica delle copie di statue greche nel mondo romano, di repliche rinascimentali di oggetti romani, o della perfetta finzione creata ad arte per ricostruire monumenti antichi e oggetti decontestualizzati ai fini di esposizioni in musei di pregio. Repliche e falsi incarnano una complicata rete di relazioni sociali, cultural e economiche che determinano quando un oggetto (o una tipologia di oggetti) ha avuto valore o meno. Il tema del falso e dell’autentico in archeologica si ripropone in grande forza in una prospettiva di fruizione del patrimonio culturale globale, tipica della modernità. Il “gusto” dell’originale del vecchio mondo (per lo più europeo) si scontra/incontra con un’estetica differente dove la replica diventa di nuovo arte. E così, cosa differenzia le copie romane e rinascimentali di manufatti classici dalle copie moderne esposte in spazi privati e musei d’oltre oceano, magari senza dichiararne la fattura? Una volta eliminato il desiderio - per certi tratti feticistico - di possedere/vedere l’originale, quando ci troviamo di fronte ad una copia perfetta, ri-creata tecnicamente e stilisticamente cosa la può effettivamente rendere un falso? In questa prospettiva entra in gioco il valore economico dell’oggetto e la sua fruizione: se il processo di falsificazione è mascherato volutamente ai fini di ottenere un vantaggio monetario illecito, siamo concordi a condannarne l’uso. Il sottile filo tra lecito/illecito è, poi, specchio del comune sentire in materia di cultura archeologica. Il commercio antiquario e soggiace quindi alle leggi dell'economia: quando la domanda non può essere evasa in modo legale, allora nasce il falso. Prodotto di consumo, esso è legato alla moda, così che è appare chiaro come il più temibile nemico del falsario sia il tempo. Ciò che pare salvare il patrimonio da una sua illecita falsificazione a fini commerciali illegittimi, sembra in ultima analisi una questione di cultura e di “senso del contesto”: una società educata alla complessità e unicità del contesto archeologico - dove nessun frammento del passato ha “valore” se non all’interno del sistema paesaggistico monumentale che lo ha prodotto – indurrà i cittadini a ritenere inutile il possesso di un singolo oggetto, incapace di parlarci del suo complesso valore relazionale.

Falsi, copie e repliche nel XXI secolo. Idee, Materialità e contesti intorno alla contraffazione in archeologia

calaon
2018

Abstract

Il falso archeologico differisce da un a copia o da una replica di un oggetto antico solo per l’intenzione di dolo che sta alla base dell’esecuzione dell’oggetto. L’antiquaria ci ha insegnato come il concetto di copia e di replica sia stato un concetto sovente assai positivo: riconosciamo unanimemente la qualità scientifica delle copie di statue greche nel mondo romano, di repliche rinascimentali di oggetti romani, o della perfetta finzione creata ad arte per ricostruire monumenti antichi e oggetti decontestualizzati ai fini di esposizioni in musei di pregio. Repliche e falsi incarnano una complicata rete di relazioni sociali, cultural e economiche che determinano quando un oggetto (o una tipologia di oggetti) ha avuto valore o meno. Il tema del falso e dell’autentico in archeologica si ripropone in grande forza in una prospettiva di fruizione del patrimonio culturale globale, tipica della modernità. Il “gusto” dell’originale del vecchio mondo (per lo più europeo) si scontra/incontra con un’estetica differente dove la replica diventa di nuovo arte. E così, cosa differenzia le copie romane e rinascimentali di manufatti classici dalle copie moderne esposte in spazi privati e musei d’oltre oceano, magari senza dichiararne la fattura? Una volta eliminato il desiderio - per certi tratti feticistico - di possedere/vedere l’originale, quando ci troviamo di fronte ad una copia perfetta, ri-creata tecnicamente e stilisticamente cosa la può effettivamente rendere un falso? In questa prospettiva entra in gioco il valore economico dell’oggetto e la sua fruizione: se il processo di falsificazione è mascherato volutamente ai fini di ottenere un vantaggio monetario illecito, siamo concordi a condannarne l’uso. Il sottile filo tra lecito/illecito è, poi, specchio del comune sentire in materia di cultura archeologica. Il commercio antiquario e soggiace quindi alle leggi dell'economia: quando la domanda non può essere evasa in modo legale, allora nasce il falso. Prodotto di consumo, esso è legato alla moda, così che è appare chiaro come il più temibile nemico del falsario sia il tempo. Ciò che pare salvare il patrimonio da una sua illecita falsificazione a fini commerciali illegittimi, sembra in ultima analisi una questione di cultura e di “senso del contesto”: una società educata alla complessità e unicità del contesto archeologico - dove nessun frammento del passato ha “valore” se non all’interno del sistema paesaggistico monumentale che lo ha prodotto – indurrà i cittadini a ritenere inutile il possesso di un singolo oggetto, incapace di parlarci del suo complesso valore relazionale.
L'ARTE NON VERA NON PUÒ ESSERE ARTE. Atti del ciclo di conferenze promosse dal Comando Carabinieri TPC, in collaborazione con il Consiglio Nazionale Anticontraffazione (CNAC-MiSE), il Ministero per i beni e le attività culturali e l'Università degli Studi Roma Tre
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