Il discorso sulla traduzione è pieno di metafore che intendono descrivere la natura di questo processo linguistico e culturale, ma che spesso rischiano di limitarne lo scopo entro confini prefissati, e che non ci permettono di coglierne in profondità le molteplici possibilità. Tra queste metafore c’è l'immagine della traduzione come ponte, che permette di spostarsi da una lingua all’altra e da una cultura all’altra. L’immagine delle due sponde è stata certamente proficua in traduttologia, ma vedere la traduzione come un ponte può darci una falsa immagine del ruolo svolto da questa pratica linguistica e culturale. Questa immagine presuppone l’esistenza di sponde distinte e lontane, e un viaggio a senso unico che non prevede un vero e proprio scambio tra i due spazi, mentre dovremmo immaginare la traduzione come uno spazio fluido, in cui ciò che conta non è più l’opposizione tra le due sponde, che l’immagine del ponte sottolinea, invece di cancellare, ma piuttosto lo scambio, il contatto diretto e non mediato, lo spazio di fluidità costruito dall’entre-deux, che ci rimanda ai concetti di “in-between” e di “terzo spazio” così cari agli studi di traduzione, soprattutto nei contesti postcoloniali. Utilizzare l’immagine del ponte come rappresentazione del ruolo della traduzione non è quindi solo sbagliato, ma potenzialmente anche pericoloso, perché questa immagine va contro quel rifiuto delle dicotomie binarie e delle identità uniformi che è alla base di una visione della traduzione come pratica essenzialmente interlinguistica e interculturale, plurilingue e costruita attraverso la condivisione. Più che un ponte, la traduzione è una soglia, uno spazio liminare, un contrappunto che offre la possibilità di scoprire il testo da prospettive diverse, e di immergersi nell’eterno flusso di parole, nel tentativo di tradurre l’indicibile, quella parte non espressa e non tradotta di qualsiasi testo e di qualsiasi lingua che può essere letta solo attraverso questo gioco di travestimenti, di fluidità e di incontro con il sé e con l’altro che è la traduzione.

Du pont au seuil : Un autre espace de la traduction

Giuseppe Sofo
2019

Abstract

Il discorso sulla traduzione è pieno di metafore che intendono descrivere la natura di questo processo linguistico e culturale, ma che spesso rischiano di limitarne lo scopo entro confini prefissati, e che non ci permettono di coglierne in profondità le molteplici possibilità. Tra queste metafore c’è l'immagine della traduzione come ponte, che permette di spostarsi da una lingua all’altra e da una cultura all’altra. L’immagine delle due sponde è stata certamente proficua in traduttologia, ma vedere la traduzione come un ponte può darci una falsa immagine del ruolo svolto da questa pratica linguistica e culturale. Questa immagine presuppone l’esistenza di sponde distinte e lontane, e un viaggio a senso unico che non prevede un vero e proprio scambio tra i due spazi, mentre dovremmo immaginare la traduzione come uno spazio fluido, in cui ciò che conta non è più l’opposizione tra le due sponde, che l’immagine del ponte sottolinea, invece di cancellare, ma piuttosto lo scambio, il contatto diretto e non mediato, lo spazio di fluidità costruito dall’entre-deux, che ci rimanda ai concetti di “in-between” e di “terzo spazio” così cari agli studi di traduzione, soprattutto nei contesti postcoloniali. Utilizzare l’immagine del ponte come rappresentazione del ruolo della traduzione non è quindi solo sbagliato, ma potenzialmente anche pericoloso, perché questa immagine va contro quel rifiuto delle dicotomie binarie e delle identità uniformi che è alla base di una visione della traduzione come pratica essenzialmente interlinguistica e interculturale, plurilingue e costruita attraverso la condivisione. Più che un ponte, la traduzione è una soglia, uno spazio liminare, un contrappunto che offre la possibilità di scoprire il testo da prospettive diverse, e di immergersi nell’eterno flusso di parole, nel tentativo di tradurre l’indicibile, quella parte non espressa e non tradotta di qualsiasi testo e di qualsiasi lingua che può essere letta solo attraverso questo gioco di travestimenti, di fluidità e di incontro con il sé e con l’altro che è la traduzione.
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