La vena poetica umanistica di Ariosto percorre i testi, solo all’apparenza disinvolti ed immediati, delle sette Satire, manifestandosi in una tecnica raffinata e ricca di artifici retorici, in strutture elaborate, in versi che riecheggiano le letture del poeta. Oltre al pressoché costante riferimento oraziano, le Satire presentano un fitto ed elaborato reticolo di fonti, che spaziano da motivi classici a richiami tre e quattrocenteschi, da Ovidio a Dante e Petrarca, da Giovenale a Pulci e Boiardo. Anche da questo punto di vista la v satira rappresenta un’interessante eccezione. Il tema trattato – matrimoniale – si distanzia da quello delle altre, il tono è più scherzoso: Orazio lascia qui spazio agli autori della tradizione amorosa in volgare, a Leon Battista Alberti, Francesco da Barberino e, naturalmente, a Boccaccio. La particolarità della satira culmina con la comparsa di un aneddoto triviale risalente al Liber facetiarum di Poggio Bracciolini. L’intreccio di fonti ariostesche e il loro reimpiego trova in queste terzine un’esemplare rappresentazione: l’autore assimila il modello e lo reinterpreta, contaminando motivi tradizionali e generi. Al tempo stesso, l’incontro di satira e facezia chiude però un testo dall’evidente eccezionalità e ne corona i tratti atipici. Nell’attenta selezione di fonti da parte di Ariosto, come si colloca e cosa implica la scelta del genere popolaresco? Che valore assume l’episodio nell’ottica complessiva del componimento? Il contributo si propone di confermare la ricchezza di echi di un’opera dall’importante valore letterario qual è quella ariostesca, approfondendo la ripresa della facezia e in generale l’impianto intertestuale della V satira, singolare ma non per questo meno significativo.

La facezia nella satira. La riscrittura di Liber facetiarum CXXXIII e le altre fonti della V satira di Ariosto

Zava
2017

Abstract

La vena poetica umanistica di Ariosto percorre i testi, solo all’apparenza disinvolti ed immediati, delle sette Satire, manifestandosi in una tecnica raffinata e ricca di artifici retorici, in strutture elaborate, in versi che riecheggiano le letture del poeta. Oltre al pressoché costante riferimento oraziano, le Satire presentano un fitto ed elaborato reticolo di fonti, che spaziano da motivi classici a richiami tre e quattrocenteschi, da Ovidio a Dante e Petrarca, da Giovenale a Pulci e Boiardo. Anche da questo punto di vista la v satira rappresenta un’interessante eccezione. Il tema trattato – matrimoniale – si distanzia da quello delle altre, il tono è più scherzoso: Orazio lascia qui spazio agli autori della tradizione amorosa in volgare, a Leon Battista Alberti, Francesco da Barberino e, naturalmente, a Boccaccio. La particolarità della satira culmina con la comparsa di un aneddoto triviale risalente al Liber facetiarum di Poggio Bracciolini. L’intreccio di fonti ariostesche e il loro reimpiego trova in queste terzine un’esemplare rappresentazione: l’autore assimila il modello e lo reinterpreta, contaminando motivi tradizionali e generi. Al tempo stesso, l’incontro di satira e facezia chiude però un testo dall’evidente eccezionalità e ne corona i tratti atipici. Nell’attenta selezione di fonti da parte di Ariosto, come si colloca e cosa implica la scelta del genere popolaresco? Che valore assume l’episodio nell’ottica complessiva del componimento? Il contributo si propone di confermare la ricchezza di echi di un’opera dall’importante valore letterario qual è quella ariostesca, approfondendo la ripresa della facezia e in generale l’impianto intertestuale della V satira, singolare ma non per questo meno significativo.
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