L’articolo propone una lettura freudiana di Frankenstein incentrata sull’incidenza che la tormentata biografia di Mary Shelley ebbe nella scrittura del romanzo. Concepito nell’area privata del sogno, nello spazio confuso dei fantasmi notturni, il romanzo oltre a declinare una costellazione di temi ad alta densità psicologica – il narcisismo, il delirio di onnipotenza, il corpo in frammenti, l’ambivalenza che contrassegna la relazione fra creatore e creatura – è soprattutto una riflessione sull’esperienza traumatica del lutto. La stessa iniziale difficoltà di Mary Shelley nell’individuarsi come soggetto autoriale rivela quanto l’ansia legata alla creatività sia intimamente correlata all’immagine della propria capacità materna, e di come questa a sua volta richiami, in un complesso sistema di proiezioni, il rapporto con la propria madre e la propria storia infantile. L’immagine del figlio “mostro”, identificabile come angoscia genetica, rimanda al senso di inadeguatezza verso la propria capacità generatrice e alla percezione del fallimento corporeo. Da ultimo, nell’ambivalenza che contraddistingue il rapporto fra Frankenstein e il figlio maledetto, è anche ravvisabile il conflitto fra il ruolo materno che presuppone l’annullamento, l’abbandono di qualsiasi aspetto individualista che non sia in armonia con la cura del nascituro e l’affermazione di sé.

‘I misteriosi terrori dell’anima’. Frankenstein di Mary Shelley

M. Vanon Alliata
2018

Abstract

L’articolo propone una lettura freudiana di Frankenstein incentrata sull’incidenza che la tormentata biografia di Mary Shelley ebbe nella scrittura del romanzo. Concepito nell’area privata del sogno, nello spazio confuso dei fantasmi notturni, il romanzo oltre a declinare una costellazione di temi ad alta densità psicologica – il narcisismo, il delirio di onnipotenza, il corpo in frammenti, l’ambivalenza che contrassegna la relazione fra creatore e creatura – è soprattutto una riflessione sull’esperienza traumatica del lutto. La stessa iniziale difficoltà di Mary Shelley nell’individuarsi come soggetto autoriale rivela quanto l’ansia legata alla creatività sia intimamente correlata all’immagine della propria capacità materna, e di come questa a sua volta richiami, in un complesso sistema di proiezioni, il rapporto con la propria madre e la propria storia infantile. L’immagine del figlio “mostro”, identificabile come angoscia genetica, rimanda al senso di inadeguatezza verso la propria capacità generatrice e alla percezione del fallimento corporeo. Da ultimo, nell’ambivalenza che contraddistingue il rapporto fra Frankenstein e il figlio maledetto, è anche ravvisabile il conflitto fra il ruolo materno che presuppone l’annullamento, l’abbandono di qualsiasi aspetto individualista che non sia in armonia con la cura del nascituro e l’affermazione di sé.
LXIX
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