L’intervento si propone di indagare le forme di ripresa della tragedia classica e in particolare di quella euripidea all’interno del Christus Patiens e di valorizzare il tentativo di riproposizione della grande tragedia antica nell'età bizantina. Il Christus Patiens è una cronaca della Passione di Cristo redatta, secondo quanto dichiara l’anonimo autore, «alla maniera di Euripide», traendo cioè interi versi o emistichi dalla tradizione tragica dell’Atene del V secolo, integrandoli insieme a partire da tragedie diverse e facendoli confluire in un’opera nuova, dall’impianto ideologico completamente diverso, che costituisce una rilettura della vicenda di Cristo in chiave tragica. Tra le tragedie riutilizzate nel testo, che si configura come un vero e proprio centone tragico, spiccano soprattutto le euripidee Medea, Baccanti, Ippolito, ma compaiono anche le eschilee Prometeo e Agamennone; proprio per la sua natura di centone, il Christus Patiens ha un’importanza particolare per la filologia, in quanto preservatore di alcuni versi delle Baccanti euripidee, purtroppo pervenuteci multile nel finale. Che si tratti di un’opera ancora tardoantica di IV/V secolo, come sostenuto da Antonio Garzya, o di un testo già pienamente medievale di VIII/IX secolo, secondo l’analisi di Enrica Follieri, il Christus Patiens rappresenta in ogni caso l’espressione di una fortissima volontà di appropriazione degli stilemi e della bellezza incrollabile della letteratura classica, di fusione tra due mondi e due mentalità diverse, ma per nulla inconciliabili, un atto d’amore della cultura cristiana nei confronti di quella pagana.

La Passione alla maniera di Euripide. La ripresa della tragedia classica nel Christus Patiens.

Giulia Gerbi
2018

Abstract

L’intervento si propone di indagare le forme di ripresa della tragedia classica e in particolare di quella euripidea all’interno del Christus Patiens e di valorizzare il tentativo di riproposizione della grande tragedia antica nell'età bizantina. Il Christus Patiens è una cronaca della Passione di Cristo redatta, secondo quanto dichiara l’anonimo autore, «alla maniera di Euripide», traendo cioè interi versi o emistichi dalla tradizione tragica dell’Atene del V secolo, integrandoli insieme a partire da tragedie diverse e facendoli confluire in un’opera nuova, dall’impianto ideologico completamente diverso, che costituisce una rilettura della vicenda di Cristo in chiave tragica. Tra le tragedie riutilizzate nel testo, che si configura come un vero e proprio centone tragico, spiccano soprattutto le euripidee Medea, Baccanti, Ippolito, ma compaiono anche le eschilee Prometeo e Agamennone; proprio per la sua natura di centone, il Christus Patiens ha un’importanza particolare per la filologia, in quanto preservatore di alcuni versi delle Baccanti euripidee, purtroppo pervenuteci multile nel finale. Che si tratti di un’opera ancora tardoantica di IV/V secolo, come sostenuto da Antonio Garzya, o di un testo già pienamente medievale di VIII/IX secolo, secondo l’analisi di Enrica Follieri, il Christus Patiens rappresenta in ogni caso l’espressione di una fortissima volontà di appropriazione degli stilemi e della bellezza incrollabile della letteratura classica, di fusione tra due mondi e due mentalità diverse, ma per nulla inconciliabili, un atto d’amore della cultura cristiana nei confronti di quella pagana.
«Né la terra, né la sacra pioggia, né la luce del sole» Il senso del tragico nelle letterature greco‑latina e cristiana antica, dalle origini al XII secolo d.C.
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