Poeta e prosatore, critico letterario e memorialista, Andrej Belyj è una delle figure di intelligent e simbolista russo più interessanti dei primi decenni del Novecento nonché il “maestro” a cui guardano autori del calibro di Majakovskij e Pasternak, Achmatova e Cvetaeva, ma anche Pil’njak, Babel’ e Bulgakov. Il tema della patria (rodina) gioca un ruolo fondamentale nella Weltanschauung belyiana, a cominciare dalla raccolta di versi Pepel (Cenere) (1909), condannata dai critici del tempo per i toni nekrasoviani e populisti, ma dove in realtà ciò che emerge non è tanto un credo politico, quanto l’amore e l’attenzione del poeta per il proprio paese, che è inscindibile dalla creazione letteraria. Belyj scrive: “Ma amare la Russia è proprio dell’uomo russo; l’orientamento e la forma letteraria non c’entrano nulla”. La novità con cui Belyj affronta il motivo nazionale sta nel fatto che egli è tra i primi simbolisti a vedere la Russia e il popolo russo come una realtà terrena vivida e concreta, e non come un principio mistico astratto o come un contenitore vuoto da riempire con concetti filosofico-artistici o religiosi avulsi dalla vita vera.Eppure, quanto più il suo sguardo si addentra nel cuore pulsante della madrepatria, tanto più Belyj diffida di un suo rapido rinnovamento. La Russia gli appare allora in alcuni versi di Pepel che toccano l’apice della disperazione come un “paese fatale” (rokovaja strana), il regno dei ghiacci perenni e delle ferree leggi del destino, una “Patria cattiva” (Rodina zlaja) – altrove Belyj la chiamerà “madre muta e severa” (nemaja, surovaja mat’) – che il poeta invita a sparire nello spazio storico senza lasciare tracce. Belyj ritrova il proprio “io” scisso e contraddittorio nella Russia schizofrenicamente lacerata dalle questioni irrisolte della storia, e ritrova nel proprio “io” la Russia come eroe lirico e specchio dell’identità dell’autore. A differenza di Nekrasov, che guarda al futuro del paese, per Belyj la Russia non ha futuro. L’assenza di prospettive e di vie d’uscita tinge il quadro disegnato da Pepel di tinte fosche e della più amara desolazione. L’unica speranza di salvezza verrà affidata da Belyj un decennio più tardi, nella poesia Rodine (Alla patria, 1917), al vortice burrascoso della rivoluzione, nella convinzione – rivelatasi poi errata – che la Russia possa dire al mondo quella parola liberatrice a cui esso anela.

A. Belyj e il «paese fatale»: io e collettività nella Russia prerivoluzionaria

TORRESIN, LINDA
2013

Abstract

Poeta e prosatore, critico letterario e memorialista, Andrej Belyj è una delle figure di intelligent e simbolista russo più interessanti dei primi decenni del Novecento nonché il “maestro” a cui guardano autori del calibro di Majakovskij e Pasternak, Achmatova e Cvetaeva, ma anche Pil’njak, Babel’ e Bulgakov. Il tema della patria (rodina) gioca un ruolo fondamentale nella Weltanschauung belyiana, a cominciare dalla raccolta di versi Pepel (Cenere) (1909), condannata dai critici del tempo per i toni nekrasoviani e populisti, ma dove in realtà ciò che emerge non è tanto un credo politico, quanto l’amore e l’attenzione del poeta per il proprio paese, che è inscindibile dalla creazione letteraria. Belyj scrive: “Ma amare la Russia è proprio dell’uomo russo; l’orientamento e la forma letteraria non c’entrano nulla”. La novità con cui Belyj affronta il motivo nazionale sta nel fatto che egli è tra i primi simbolisti a vedere la Russia e il popolo russo come una realtà terrena vivida e concreta, e non come un principio mistico astratto o come un contenitore vuoto da riempire con concetti filosofico-artistici o religiosi avulsi dalla vita vera.Eppure, quanto più il suo sguardo si addentra nel cuore pulsante della madrepatria, tanto più Belyj diffida di un suo rapido rinnovamento. La Russia gli appare allora in alcuni versi di Pepel che toccano l’apice della disperazione come un “paese fatale” (rokovaja strana), il regno dei ghiacci perenni e delle ferree leggi del destino, una “Patria cattiva” (Rodina zlaja) – altrove Belyj la chiamerà “madre muta e severa” (nemaja, surovaja mat’) – che il poeta invita a sparire nello spazio storico senza lasciare tracce. Belyj ritrova il proprio “io” scisso e contraddittorio nella Russia schizofrenicamente lacerata dalle questioni irrisolte della storia, e ritrova nel proprio “io” la Russia come eroe lirico e specchio dell’identità dell’autore. A differenza di Nekrasov, che guarda al futuro del paese, per Belyj la Russia non ha futuro. L’assenza di prospettive e di vie d’uscita tinge il quadro disegnato da Pepel di tinte fosche e della più amara desolazione. L’unica speranza di salvezza verrà affidata da Belyj un decennio più tardi, nella poesia Rodine (Alla patria, 1917), al vortice burrascoso della rivoluzione, nella convinzione – rivelatasi poi errata – che la Russia possa dire al mondo quella parola liberatrice a cui esso anela.
V Forum Mondiale dei Giovani “Diritto di Dialogo”. La ricerca di sé nei luoghi della cittadinanza. Trieste 21-23 settembre 2012
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