Nel contesto del plurisecolare confronto tra cristianesimo, Chiesa cattolica e modernità, il volume studia come Benedetto XV (1914-1922) abbia operato di fronte alla crisi modernista, che aveva vissuto la sua fase più acuta durante il pontificato del predecessore. Benedetto XV ribadì la condanna delle dottrine moderniste formulata da Pio X, mentre la questione del modernismo, pur resa meno visibile dalla catastrofe della guerra mondiale, continuò a occupare intensamente il Sant’Uffizio. Dall’esame di numerosi casi (relativi, tra gli altri, a Lanzoni, Marella, Buonaiuti, Turchi, Fracassini, Naudet, Lemire, Lacroix, Mari, Genocchi, Semeria, Ghignoni, Laberthonnière, Vannutelli, Motzo, Casciola, Roncalli, Wilbrand, Gallarati Scotti), emerge come Benedetto XV spesso – anche se non sempre – intervenne per attenuare o vanificare le censure proposte dalla componente integralista della Curia. Inoltre egli operò, con il concorso dei suoi segretari di Stato, Ferrata e Gasparri, per limitare all’interno della Santa Sede il rigore antimodernista di prelati quali Merry del Val, De Lai, Billot, Benigni; o per isolare nell’episcopato esponenti dell’integralismo cattolico come il vescovo di Arezzo Volpi. Dalla ricerca risulta anche una qualche dialettica all’interno dello stesso Sant’Uffizio, rilevabile nella posizione più sfumata del domenicano Pasqualigo o in quella del servita Dourche chiaramente estranea all’antimodernismo prevalente in quella Congregazione. In appendice viene edita la ponenza del Sant’Uffizio, opera in gran parte al gesuita Rosa, che portò alla scomunica di Buonaiuti nel 1921.
Benedetto XV e il modernismo. Papa, Sant'Uffizio e crisi della Chiesa cattolica (1914-1922)
Giovanni Vian
In corso di stampa
Abstract
Nel contesto del plurisecolare confronto tra cristianesimo, Chiesa cattolica e modernità, il volume studia come Benedetto XV (1914-1922) abbia operato di fronte alla crisi modernista, che aveva vissuto la sua fase più acuta durante il pontificato del predecessore. Benedetto XV ribadì la condanna delle dottrine moderniste formulata da Pio X, mentre la questione del modernismo, pur resa meno visibile dalla catastrofe della guerra mondiale, continuò a occupare intensamente il Sant’Uffizio. Dall’esame di numerosi casi (relativi, tra gli altri, a Lanzoni, Marella, Buonaiuti, Turchi, Fracassini, Naudet, Lemire, Lacroix, Mari, Genocchi, Semeria, Ghignoni, Laberthonnière, Vannutelli, Motzo, Casciola, Roncalli, Wilbrand, Gallarati Scotti), emerge come Benedetto XV spesso – anche se non sempre – intervenne per attenuare o vanificare le censure proposte dalla componente integralista della Curia. Inoltre egli operò, con il concorso dei suoi segretari di Stato, Ferrata e Gasparri, per limitare all’interno della Santa Sede il rigore antimodernista di prelati quali Merry del Val, De Lai, Billot, Benigni; o per isolare nell’episcopato esponenti dell’integralismo cattolico come il vescovo di Arezzo Volpi. Dalla ricerca risulta anche una qualche dialettica all’interno dello stesso Sant’Uffizio, rilevabile nella posizione più sfumata del domenicano Pasqualigo o in quella del servita Dourche chiaramente estranea all’antimodernismo prevalente in quella Congregazione. In appendice viene edita la ponenza del Sant’Uffizio, opera in gran parte al gesuita Rosa, che portò alla scomunica di Buonaiuti nel 1921.I documenti in ARCA sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



