Il progetto PID Veneto ha preso avvio nel 2025. Ricorrevano i trent’an-ni dalla quotazione di Netscape, il primo browser commerciale che portò crescenti masse di non specialisti, utenti regolari, operatori nelle imprese, studenti, famiglie, a “navigare” su internet. Quella offerta d’acquisto ini-ziale sul Nasdaq, il primo mercato azionario elettronico del mondo, segnò l’inizio della cosiddetta “new economy”: un’economia costellata di nuove imprese in settori pressoché sconosciuti fino al 2000 (e-commerce, motori di ricerca, knowledge management) e carica di potenziale per la trasforma-zione dei modelli di business nelle industrie “tradizionali”. Ricorreva un secondo anniversario simbolicamente importante per il progetto: si celebra-vano infatti, non senza preoccupazioni e incertezze, i dieci anni dalla firma dell’accordo sul clima di Parigi (2015), la prima intesa universale e giuridi-camente vincolante sul cambiamento climatico. Il progetto qui raccontato è partito, insomma, in un momento in cui digitalizzazione e revisione “ver-de” e responsabile delle filiere, diventavano il perno delle politiche indu-striali globali. Di più: la combinazione di innovazione digitale e sostenibile in un unicum strategico (Twin Transition o transizione gemella), complice lo “scossone” imposto dal Covid-19 e la conseguente presa di coscienza delle vulnerabilità dell’economia europea, è stata al centro degli ambiziosi piani di rilancio del tessuto produttivo continentale, il Next Generation EU.In questi decenni, l’emergere di nuove tecnologie, piattaforme e infra-strutture digitali innovative e potenti ha trasformato in modo significativo il modo in cui si crea, si conduce e si gestisce l’impresa e i processi grazie ai quali la conoscenza scientifica viene generata, circola nel globo, diventa innovazione. Ha avuto inoltre ampie implicazioni organizzative e politiche (Nambisan et al., 2017).Lo sviluppo di un ecosistema di device, infrastrutture e applicazioni e l’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte di ampi strati di cittadinanza e tessuto produttivo sono passaggi cru-ciali per dare vita a economie più performanti, capaci di assorbire shock e rispondervi, più rispettose di ambiente e comunità locali. I canali lungo cui si avverano, almeno in principio, queste promesse sono diversi: le tec-nologie digitali ampliano e migliorano la collaborazione tra organizzazioni (tra imprese, tra queste e i fornitori di servizi o le istituzioni); offrono un accesso più agevole alle risorse esterne e ai nuovi mercati, abilitando anche piccole imprese di aumentare la portata geografica dei loro sforzi commer-ciali; offrono canali di notevole portata per la circolazione di conoscenza innovativa generata in ogni dove, dai centri di ricerca alle Università, dai consumatori innovatori e dai fornitori più avanzati nelle geografie più di-sparate.La tassonomia di effetti positivi del digitale nell’operare di imprese e filiere deriva dallo studio e dalla sistematizzazione delle sperimentazioni effettuate soprattutto dalle grandi imprese negli ultimi 30 anni. Grazie alle tecnologie dell’informazione hanno saputo e potuto fare a fette sempre più sottili catene del valore prima concentrate geograficamente, andando a cercare vantaggi di costo o di altro tipo in giro per il mondo; hanno in-gaggiato con maggiore intensità i consumatori grazie alla comunicazione bidirezionale consentita da questi nuovi strumenti prestati al marketing, soprattutto grazie ai social e alle comunità digitali; hanno innervato ogni singola fase dei processi produttivi, dalla ricerca e dal design fino alla manifattura e alla distribuzione, di terminali di raccolta dati che, veicolati verso server che ospitano applicazioni di analisi di dati e intelligenza artifi-ciale, consentono di effettuare proiezioni e previsioni sempre più accurate. L’uso del digitale come strumento per rivedere il rapporto tra prodotto e servizio tramite la servitizzazione – cioè il vendere prodotti connessi sem-pre più capaci di veicolare servizi o sostituire i prodotti con i servizi – ha permesso alle grandi aziende di muovere per prime alcuni passi importanti in direzione della sostenibilità, promettendo un’economia più “leggera”, fatta di dati e relazioni e non solo di materia. Ingegnerizzate per, e spesso dentro, le grandi aziende, le tecnologie del digitale hanno promesso di au-mentare competitività, efficienza, efficacia e sostenibilità anche delle PMI. Verrebbe da dire che, strette tra gli shock di fornitura e la pressione dei mercati e della distribuzione, soprattutto le PMI hanno bisogno del digitale per sopravvivere, migliorare, crescere (Narula, 2004).Gli impatti positivi del digitale sono riconosciuti e documentati, dati alla mano, da fonti neutrali che derivano dalla ricerca accademica – oltre che da altre forse più interessate ma comunque credibili – dai vendor di tecnologie, dalle società di consulenza. I “casi d’uso” e le descrizioni det-tagliate dell’impatto positivo della tecnologia dell’informazione sono ormai noti a tutti. Ciononostante, continua a essere difficile comprendere come le PMI gestiscano l’adozione di tecnologie digitali e sostenibili. Immerse co-me sono nelle operatività aziendale, schiacciate da una ridotta disponibilità di risorse umane e competenze tecniche sul digitale, le PMI continuano ad apparire recalcitranti nei confronti delle tecnologie del digitale. Abbondano le testimonianze di imprenditori e i manager delle PMI che non sono del tutto convinti o in grado di inquadrare il modo in cui gli strumenti digitali possano essere utilizzati per migliorare competitività e sostenibilità delle loro aziende. Permane in Italia, come dimostrano i dati europei più recen-ti (European Commission, 2025), un ritardo ostinato nell’adozione delle nuove tecnologie: il 26% delle PMI ha un livello di adozione alto delle tecnologie digitali contro il 33% dei paesi europei; solo l’8% delle PMI ha adottato qualche soluzione di intelligenza artificiale, mentre il dibattito pubblico è attraversato da annunci di centinaia di miliardi di investimenti dei grandi del tech e di fughe in avanti di grande aziende che sull’IA sem-brano costruire un futuro radicalmente diverso dal presente.

Collaborazioni che funzionano: quando università, imprese e istituzioni innovano insieme

Buonsante N.;Colapinto C.;Finotto V.;Pavan D.
2026

Abstract

Il progetto PID Veneto ha preso avvio nel 2025. Ricorrevano i trent’an-ni dalla quotazione di Netscape, il primo browser commerciale che portò crescenti masse di non specialisti, utenti regolari, operatori nelle imprese, studenti, famiglie, a “navigare” su internet. Quella offerta d’acquisto ini-ziale sul Nasdaq, il primo mercato azionario elettronico del mondo, segnò l’inizio della cosiddetta “new economy”: un’economia costellata di nuove imprese in settori pressoché sconosciuti fino al 2000 (e-commerce, motori di ricerca, knowledge management) e carica di potenziale per la trasforma-zione dei modelli di business nelle industrie “tradizionali”. Ricorreva un secondo anniversario simbolicamente importante per il progetto: si celebra-vano infatti, non senza preoccupazioni e incertezze, i dieci anni dalla firma dell’accordo sul clima di Parigi (2015), la prima intesa universale e giuridi-camente vincolante sul cambiamento climatico. Il progetto qui raccontato è partito, insomma, in un momento in cui digitalizzazione e revisione “ver-de” e responsabile delle filiere, diventavano il perno delle politiche indu-striali globali. Di più: la combinazione di innovazione digitale e sostenibile in un unicum strategico (Twin Transition o transizione gemella), complice lo “scossone” imposto dal Covid-19 e la conseguente presa di coscienza delle vulnerabilità dell’economia europea, è stata al centro degli ambiziosi piani di rilancio del tessuto produttivo continentale, il Next Generation EU.In questi decenni, l’emergere di nuove tecnologie, piattaforme e infra-strutture digitali innovative e potenti ha trasformato in modo significativo il modo in cui si crea, si conduce e si gestisce l’impresa e i processi grazie ai quali la conoscenza scientifica viene generata, circola nel globo, diventa innovazione. Ha avuto inoltre ampie implicazioni organizzative e politiche (Nambisan et al., 2017).Lo sviluppo di un ecosistema di device, infrastrutture e applicazioni e l’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte di ampi strati di cittadinanza e tessuto produttivo sono passaggi cru-ciali per dare vita a economie più performanti, capaci di assorbire shock e rispondervi, più rispettose di ambiente e comunità locali. I canali lungo cui si avverano, almeno in principio, queste promesse sono diversi: le tec-nologie digitali ampliano e migliorano la collaborazione tra organizzazioni (tra imprese, tra queste e i fornitori di servizi o le istituzioni); offrono un accesso più agevole alle risorse esterne e ai nuovi mercati, abilitando anche piccole imprese di aumentare la portata geografica dei loro sforzi commer-ciali; offrono canali di notevole portata per la circolazione di conoscenza innovativa generata in ogni dove, dai centri di ricerca alle Università, dai consumatori innovatori e dai fornitori più avanzati nelle geografie più di-sparate.La tassonomia di effetti positivi del digitale nell’operare di imprese e filiere deriva dallo studio e dalla sistematizzazione delle sperimentazioni effettuate soprattutto dalle grandi imprese negli ultimi 30 anni. Grazie alle tecnologie dell’informazione hanno saputo e potuto fare a fette sempre più sottili catene del valore prima concentrate geograficamente, andando a cercare vantaggi di costo o di altro tipo in giro per il mondo; hanno in-gaggiato con maggiore intensità i consumatori grazie alla comunicazione bidirezionale consentita da questi nuovi strumenti prestati al marketing, soprattutto grazie ai social e alle comunità digitali; hanno innervato ogni singola fase dei processi produttivi, dalla ricerca e dal design fino alla manifattura e alla distribuzione, di terminali di raccolta dati che, veicolati verso server che ospitano applicazioni di analisi di dati e intelligenza artifi-ciale, consentono di effettuare proiezioni e previsioni sempre più accurate. L’uso del digitale come strumento per rivedere il rapporto tra prodotto e servizio tramite la servitizzazione – cioè il vendere prodotti connessi sem-pre più capaci di veicolare servizi o sostituire i prodotti con i servizi – ha permesso alle grandi aziende di muovere per prime alcuni passi importanti in direzione della sostenibilità, promettendo un’economia più “leggera”, fatta di dati e relazioni e non solo di materia. Ingegnerizzate per, e spesso dentro, le grandi aziende, le tecnologie del digitale hanno promesso di au-mentare competitività, efficienza, efficacia e sostenibilità anche delle PMI. Verrebbe da dire che, strette tra gli shock di fornitura e la pressione dei mercati e della distribuzione, soprattutto le PMI hanno bisogno del digitale per sopravvivere, migliorare, crescere (Narula, 2004).Gli impatti positivi del digitale sono riconosciuti e documentati, dati alla mano, da fonti neutrali che derivano dalla ricerca accademica – oltre che da altre forse più interessate ma comunque credibili – dai vendor di tecnologie, dalle società di consulenza. I “casi d’uso” e le descrizioni det-tagliate dell’impatto positivo della tecnologia dell’informazione sono ormai noti a tutti. Ciononostante, continua a essere difficile comprendere come le PMI gestiscano l’adozione di tecnologie digitali e sostenibili. Immerse co-me sono nelle operatività aziendale, schiacciate da una ridotta disponibilità di risorse umane e competenze tecniche sul digitale, le PMI continuano ad apparire recalcitranti nei confronti delle tecnologie del digitale. Abbondano le testimonianze di imprenditori e i manager delle PMI che non sono del tutto convinti o in grado di inquadrare il modo in cui gli strumenti digitali possano essere utilizzati per migliorare competitività e sostenibilità delle loro aziende. Permane in Italia, come dimostrano i dati europei più recen-ti (European Commission, 2025), un ritardo ostinato nell’adozione delle nuove tecnologie: il 26% delle PMI ha un livello di adozione alto delle tecnologie digitali contro il 33% dei paesi europei; solo l’8% delle PMI ha adottato qualche soluzione di intelligenza artificiale, mentre il dibattito pubblico è attraversato da annunci di centinaia di miliardi di investimenti dei grandi del tech e di fughe in avanti di grande aziende che sull’IA sem-brano costruire un futuro radicalmente diverso dal presente.
2026
Viaggiatori nella complessità. Mappare il senso della trasformazione
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