In questo testo il libro Cyberdemocrazia (2002) è iscritto nella traiettoria del filosofo Pierre Lévy a partire da “Che cos’è il virtuale.”Lévy si era fatto guidare dalle riflessioni di Gilles Deleuze sulla differenza tra possibile e virtuale (un programma è reale senza essere attuale, ma attualizzabile per differenziazione grazie all’intervento di un utente) e da quelle sul concetto di “problema” (nel milieu digitale, come in quello natu- rale – sosteneva Lévy – l’uomo, per progredire, deve costantemente porre, in maniera creativa, delle “questioni” e dei “problemi”) contenute in Differenza e ripetizione e, infine, da quelle sul processo di “deterritorializzazio- ne” formulate in Mille piani e Che cos’è la filosofia?. In Cyberdemocrazia Lévy sottolinea come il filosofo debba – elevandosi al mondo delle idee, sfuggendo ad un’ipotetica doxa pessimista e rivendicando il valore spirituale dell’utopia – riflettere sulle positive tra- sformazioni provocate dalle Nuove tecnologie dell’informazione e la comunicazione (NTIC) sulla democrazia, concepita come il regime politico più “evoluto”, il quale, attraverso un processo di selezione quasi-naturale, sarebbe sopravvissuto vittoriosamente alle oligarchie, alle dittature e ai poteri “di stampo mafioso”. Secondo Lévy, l’iterconnessione globale dei computer, resa possibile dallo sviluppo di in- ternet e del libero mercato su scala planetaria, porterebbe naturalmente, e a breve termine, al vertiginoso ingrandimento della noosfera, alla comu- nicazione universale, democratica e autoregolantesi, tra gli esseri umani di tutto il pianeta e, al di là, in un chardiniano momento Omega, alla fusione di tutte le intelligenze umane in una sola intelligenza collettiva. Il testo critica l’idea, propria a Lévy, secondo la quale l’applicazione di determinate tecnologie informatiche garantirebbero a priori lo sviluppo di una società democratica.

La mano invisibile della Cyber-democrazia

Bianco, Giuseppe
2008-01-01

Abstract

In questo testo il libro Cyberdemocrazia (2002) è iscritto nella traiettoria del filosofo Pierre Lévy a partire da “Che cos’è il virtuale.”Lévy si era fatto guidare dalle riflessioni di Gilles Deleuze sulla differenza tra possibile e virtuale (un programma è reale senza essere attuale, ma attualizzabile per differenziazione grazie all’intervento di un utente) e da quelle sul concetto di “problema” (nel milieu digitale, come in quello natu- rale – sosteneva Lévy – l’uomo, per progredire, deve costantemente porre, in maniera creativa, delle “questioni” e dei “problemi”) contenute in Differenza e ripetizione e, infine, da quelle sul processo di “deterritorializzazio- ne” formulate in Mille piani e Che cos’è la filosofia?. In Cyberdemocrazia Lévy sottolinea come il filosofo debba – elevandosi al mondo delle idee, sfuggendo ad un’ipotetica doxa pessimista e rivendicando il valore spirituale dell’utopia – riflettere sulle positive tra- sformazioni provocate dalle Nuove tecnologie dell’informazione e la comunicazione (NTIC) sulla democrazia, concepita come il regime politico più “evoluto”, il quale, attraverso un processo di selezione quasi-naturale, sarebbe sopravvissuto vittoriosamente alle oligarchie, alle dittature e ai poteri “di stampo mafioso”. Secondo Lévy, l’iterconnessione globale dei computer, resa possibile dallo sviluppo di in- ternet e del libero mercato su scala planetaria, porterebbe naturalmente, e a breve termine, al vertiginoso ingrandimento della noosfera, alla comu- nicazione universale, democratica e autoregolantesi, tra gli esseri umani di tutto il pianeta e, al di là, in un chardiniano momento Omega, alla fusione di tutte le intelligenze umane in una sola intelligenza collettiva. Il testo critica l’idea, propria a Lévy, secondo la quale l’applicazione di determinate tecnologie informatiche garantirebbero a priori lo sviluppo di una società democratica.
2008
Cyberdemocrazia
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