Tra i fenomeni di maggior rilievo nell’ambito cinematografico giapponese degli ultimi anni ci sono tre novità di particolare interesse. La prima riguarda il sorpasso delle produzioni indipendenti rispetto a quelle dei grandi studi, un processo di tale impatto da aver rivitalizzato il circuito capillare dei mini-theater, prima fortemente penalizzati dall’industria della grande distribuzione. Il secondo fenomeno riguarda una crescente transnazionalità negli stili e nelle tematiche proposte da questi film, non solo perché in molti casi frutto di coproduzioni internazionali, ma anche per un forte carattere di métissage culturale in atto nella cultura giapponese del nuovo millennio. Il terzo elemento, fortemente incastonato nei primi due, consiste nell’inedita e preponderante presenza femminile tra le fila dei cineasti, una tendenza che sembrerebbe in positivo aumento di anno in anno. Registe come Nishikawa Miwa, Ninagawa Mika, Tanada Yuki, Ando Momoko, Yang Yonghi, O Mipo O e Sakamoto Ayumi non solo hanno scardinato nella reticente industria il luogo comune per cui le donne non potevano che rivestire mansioni di basso rango tra le maestranze, ma si sono persino imposte tra i registi emergenti rappresentanti dell’archipelago a livello internazionale. E persino nell’ambito del cinema di animazione, ancora più vincolato da dettami “sessisti” intorno alle presenze registiche (a questo proposito si consideri per esempio la dichiarazione rilasciata dal produttore Nishimura Yoshiaki dello Studio Ghibli al quotidiano The Guardian nel 2016 in cui affermava che “le donne sono troppo realiste” per essere animatrici), si sono affermate anche a livello internazionale diverse autrici che hanno esportato una cifra stilistica assolutamente unica, a volte con osmosi tra differenti arti, come nel caso dell’animatrice Tabaimo, ospite della Biennale Arte nel 2011. Vari elementi hanno contribuito all’affermazione registica di queste autrici, e tra i tanti uno dei più rilevanti è stato il moltiplicarsi di scuole di cinema nazionali e il ricorso a prestigiosi centri di studio internazionali — tra le altre, la nippo-statunitense Hirayanagi Atsuko si è formata presso la famosa Tisch School of the Arts di New York. Luoghi di scambio, non solo di approfondimento, che rappresentano sempre più un valido starting point e una finestra di rivelazione rispetto a un sistema rimasto troppo a lungo statico. La mia relazione offrirebbe dunque una panoramica delle principali caratteristiche del cinema “al femminile”, con particolare riferimento alle novità di stile e di narrazione.

La regia femminile in Giappone

Maria Roberta Novielli
2023-01-01

Abstract

Tra i fenomeni di maggior rilievo nell’ambito cinematografico giapponese degli ultimi anni ci sono tre novità di particolare interesse. La prima riguarda il sorpasso delle produzioni indipendenti rispetto a quelle dei grandi studi, un processo di tale impatto da aver rivitalizzato il circuito capillare dei mini-theater, prima fortemente penalizzati dall’industria della grande distribuzione. Il secondo fenomeno riguarda una crescente transnazionalità negli stili e nelle tematiche proposte da questi film, non solo perché in molti casi frutto di coproduzioni internazionali, ma anche per un forte carattere di métissage culturale in atto nella cultura giapponese del nuovo millennio. Il terzo elemento, fortemente incastonato nei primi due, consiste nell’inedita e preponderante presenza femminile tra le fila dei cineasti, una tendenza che sembrerebbe in positivo aumento di anno in anno. Registe come Nishikawa Miwa, Ninagawa Mika, Tanada Yuki, Ando Momoko, Yang Yonghi, O Mipo O e Sakamoto Ayumi non solo hanno scardinato nella reticente industria il luogo comune per cui le donne non potevano che rivestire mansioni di basso rango tra le maestranze, ma si sono persino imposte tra i registi emergenti rappresentanti dell’archipelago a livello internazionale. E persino nell’ambito del cinema di animazione, ancora più vincolato da dettami “sessisti” intorno alle presenze registiche (a questo proposito si consideri per esempio la dichiarazione rilasciata dal produttore Nishimura Yoshiaki dello Studio Ghibli al quotidiano The Guardian nel 2016 in cui affermava che “le donne sono troppo realiste” per essere animatrici), si sono affermate anche a livello internazionale diverse autrici che hanno esportato una cifra stilistica assolutamente unica, a volte con osmosi tra differenti arti, come nel caso dell’animatrice Tabaimo, ospite della Biennale Arte nel 2011. Vari elementi hanno contribuito all’affermazione registica di queste autrici, e tra i tanti uno dei più rilevanti è stato il moltiplicarsi di scuole di cinema nazionali e il ricorso a prestigiosi centri di studio internazionali — tra le altre, la nippo-statunitense Hirayanagi Atsuko si è formata presso la famosa Tisch School of the Arts di New York. Luoghi di scambio, non solo di approfondimento, che rappresentano sempre più un valido starting point e una finestra di rivelazione rispetto a un sistema rimasto troppo a lungo statico. La mia relazione offrirebbe dunque una panoramica delle principali caratteristiche del cinema “al femminile”, con particolare riferimento alle novità di stile e di narrazione.
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