Gli orizzonti descritti dai racconti e dalle poesie che leggerete, secondo la formula che ci ha contraddistinti fin da subito in modo inedito in Italia (l’inglese con l’italiano a fronte) ci paiono tutti legati alle sorti dell’umano. Si presenta in essi un orizzonte personale, sia familiare che filiale (Matteucci), ma anche collettivo-sociale, con uno sguardo rivolto al passato di una nazione o di un’area geopolitica (Richterová). S’impastano poi nella visione dell’orizzonte sia privato sia collettivo il sacro e il divino con il profano e il sensuale (Renda, Carlucci). L’orizzonte può essere anche uno schermo o un miraggio: l’orizzonte di un quadro enigmatico che diventa ossessione personale (Didino), o quello tetro e oscuro ma illuminato da una promessa misteriosa di speranza (Geda). A volte lo sguardo è spinto ad affondare verso profondità geologiche (Lisa) o ad allargarsi in abbracci panoramici (Pusterla), in altri casi sembra invece quasi accecato e confinato in uno spazio di fissazioni, come quella di un’avidità estrema che cristallizza il racconto stesso nella forma di un breve apologo (Carabba).

The Florence Review, "Horizon / Orizzonte"

RAVEGGI A.
;
2022

Abstract

Gli orizzonti descritti dai racconti e dalle poesie che leggerete, secondo la formula che ci ha contraddistinti fin da subito in modo inedito in Italia (l’inglese con l’italiano a fronte) ci paiono tutti legati alle sorti dell’umano. Si presenta in essi un orizzonte personale, sia familiare che filiale (Matteucci), ma anche collettivo-sociale, con uno sguardo rivolto al passato di una nazione o di un’area geopolitica (Richterová). S’impastano poi nella visione dell’orizzonte sia privato sia collettivo il sacro e il divino con il profano e il sensuale (Renda, Carlucci). L’orizzonte può essere anche uno schermo o un miraggio: l’orizzonte di un quadro enigmatico che diventa ossessione personale (Didino), o quello tetro e oscuro ma illuminato da una promessa misteriosa di speranza (Geda). A volte lo sguardo è spinto ad affondare verso profondità geologiche (Lisa) o ad allargarsi in abbracci panoramici (Pusterla), in altri casi sembra invece quasi accecato e confinato in uno spazio di fissazioni, come quella di un’avidità estrema che cristallizza il racconto stesso nella forma di un breve apologo (Carabba).
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