La dottrina giuslavoristica è rimasta spiazzata dinanzi agli eterogenei fenomeni di disintegrazione verticale della grande impresa fordista, che si pongono in antitesi con il contratto di lavoro subordinato, inteso come un rapporto necessariamente bilaterale tra un lavoratore e un unico datore di lavoro. Parte della dottrina ha elaborato una serie di teorie pluridatoriali, che hanno costituito la principale risposta ai problemi connessi ai processi di frammentazione e ricomposizione dell’impresa. Esse si pongono in contrasto con la tradizionale lettura unitaria della figura del datore di lavoro, poiché postulano che questa possa essere declinata al plurale in alcune ipotesi di integrazione societaria o contrattuale fra imprese. Tuttavia, queste teorie non sono andate esenti da critiche, poiché sembrano incompatibili con il vincolo di sistema derivante dal riconoscimento del principio di unicità del datore di lavoro, che deve essere confermato. Per tali ragioni, il dibattito dottrinale in materia, concentratosi quasi in toto sulla figura del datore di lavoro, sembra essere oggi giunto a una impasse. Questo contributo monografico si è dunque proposto di vagliare una ipotesi di ricerca alternativa. Per mezzo della comparazione con il sistema inglese, si è provato a rianalizzare il sistema italiano ponendosi una domanda di ricerca diversa da quella su cui si è tradizionalmente concentrata la dottrina, chiedendosi – non chi sia il datore di lavoro ma, più in generale – quali siano i criteri utili a determinare l’ambito di applicazione della disciplina giuslavoristica. Ponendosi questa nuova domanda di ricerca, sono state rintracciate nel sistema italiano una serie di tecniche normative che costituiscono una risposta più efficace per la risoluzione delle problematiche connesse alla complessità organizzativa. Poiché queste tecniche sono state predisposte dal legislatore sulla base delle specificità proprie di alcuni contesti normativi, si è concluso che il diritto del lavoro si atteggia sempre di più, a livello macro, alla stregua di un sistema a geometria variabile, composto da numerosi micro-sistemi il cui ambito di applicazione è spesso costruito a criteri terzi rispetto a quelli propri di una analisi contrattuale del rapporto di lavoro. In ragione dell’evoluzione del sistema sul piano normativo, sembra dunque che la materia giuslavoristica possa essere oggi razionalizzata in modo analiticamente più efficace attorno al perno concettuale della “persona che lavora”, più ampio di quello tradizionale del “lavoratore subordinato” inteso come parte del contratto.

Organizzazioni complesse e tutela della persona che lavora Verso un diritto del lavoro a geometria variabile

Giovanni Gaudio
2021-01-01

Abstract

La dottrina giuslavoristica è rimasta spiazzata dinanzi agli eterogenei fenomeni di disintegrazione verticale della grande impresa fordista, che si pongono in antitesi con il contratto di lavoro subordinato, inteso come un rapporto necessariamente bilaterale tra un lavoratore e un unico datore di lavoro. Parte della dottrina ha elaborato una serie di teorie pluridatoriali, che hanno costituito la principale risposta ai problemi connessi ai processi di frammentazione e ricomposizione dell’impresa. Esse si pongono in contrasto con la tradizionale lettura unitaria della figura del datore di lavoro, poiché postulano che questa possa essere declinata al plurale in alcune ipotesi di integrazione societaria o contrattuale fra imprese. Tuttavia, queste teorie non sono andate esenti da critiche, poiché sembrano incompatibili con il vincolo di sistema derivante dal riconoscimento del principio di unicità del datore di lavoro, che deve essere confermato. Per tali ragioni, il dibattito dottrinale in materia, concentratosi quasi in toto sulla figura del datore di lavoro, sembra essere oggi giunto a una impasse. Questo contributo monografico si è dunque proposto di vagliare una ipotesi di ricerca alternativa. Per mezzo della comparazione con il sistema inglese, si è provato a rianalizzare il sistema italiano ponendosi una domanda di ricerca diversa da quella su cui si è tradizionalmente concentrata la dottrina, chiedendosi – non chi sia il datore di lavoro ma, più in generale – quali siano i criteri utili a determinare l’ambito di applicazione della disciplina giuslavoristica. Ponendosi questa nuova domanda di ricerca, sono state rintracciate nel sistema italiano una serie di tecniche normative che costituiscono una risposta più efficace per la risoluzione delle problematiche connesse alla complessità organizzativa. Poiché queste tecniche sono state predisposte dal legislatore sulla base delle specificità proprie di alcuni contesti normativi, si è concluso che il diritto del lavoro si atteggia sempre di più, a livello macro, alla stregua di un sistema a geometria variabile, composto da numerosi micro-sistemi il cui ambito di applicazione è spesso costruito a criteri terzi rispetto a quelli propri di una analisi contrattuale del rapporto di lavoro. In ragione dell’evoluzione del sistema sul piano normativo, sembra dunque che la materia giuslavoristica possa essere oggi razionalizzata in modo analiticamente più efficace attorno al perno concettuale della “persona che lavora”, più ampio di quello tradizionale del “lavoratore subordinato” inteso come parte del contratto.
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