Nonostante negli ultimi abbiamo visto consumarsi un’esplosione del tirocinio a livello globale, una scarsa attenzione è stata affidata dai sociologi ai fenomeni sociali che l’hanno prodotta. Sospeso tra l’essere uno strumento della didattica, delle politiche occupazionali o del reclutamento aziendale, il tirocinio in questi anni si è moltiplicato verso ogni latitudine e tipologia di impresa – inclusi i giganti della produzione asiatica - coinvolgendo un numero sempre maggiore di profili e bisogni differenti. Il tirocinio sembra essere così un ombrello indeterminato in grado di aderire a contesti e profili differenti, facendone però allo stesso tempo una delle posizioni più vulnerabilità del mercato del lavoro. Un tale fenomeno non può essere avvenuto nel vuoto, né appare convincente la spiegazione che vede il tirocinio emergere naturalmente a seguito di una centralità assunta dalla conoscenza nell’economia. L’intento di questo elaborato è quello di provare a colmare questa lacuna a partire da una verifica empirica del funzionamento del tirocinio, ossia: da un lato delle ragioni che motivano sempre più individui a svolgere un tirocinio, dall’altro, di quelle che spingono sempre più aziende a ospitare tirocinanti nel proprio organico. Tuttavia, a incidere su questi processi vi è una pluralità di attori politici e economici che non solo detengono la responsabilità di regolare, controllare e valutare l’uso del tirocinio, ma che, in particolare nel nostro paese, hanno giocato un ruolo decisivo nel promuoverlo all’interno dei programmi di policy. Circa venti interviste raccolte tra gli attori politici e economici in Italia, Canada e India e venti interviste condotte tra i tirocinanti curriculari e extracurriculari di Bologna, costituiscono dunque la base empirica sulla quale è stata messa a verifica l’articolazione delle ambivalenze che caratterizzano il tirocinio.

L'economia dei tirocinanti. Tirocinio e Informalizzazione del lavoro

Marco Marrone
In corso di stampa

Abstract

Nonostante negli ultimi abbiamo visto consumarsi un’esplosione del tirocinio a livello globale, una scarsa attenzione è stata affidata dai sociologi ai fenomeni sociali che l’hanno prodotta. Sospeso tra l’essere uno strumento della didattica, delle politiche occupazionali o del reclutamento aziendale, il tirocinio in questi anni si è moltiplicato verso ogni latitudine e tipologia di impresa – inclusi i giganti della produzione asiatica - coinvolgendo un numero sempre maggiore di profili e bisogni differenti. Il tirocinio sembra essere così un ombrello indeterminato in grado di aderire a contesti e profili differenti, facendone però allo stesso tempo una delle posizioni più vulnerabilità del mercato del lavoro. Un tale fenomeno non può essere avvenuto nel vuoto, né appare convincente la spiegazione che vede il tirocinio emergere naturalmente a seguito di una centralità assunta dalla conoscenza nell’economia. L’intento di questo elaborato è quello di provare a colmare questa lacuna a partire da una verifica empirica del funzionamento del tirocinio, ossia: da un lato delle ragioni che motivano sempre più individui a svolgere un tirocinio, dall’altro, di quelle che spingono sempre più aziende a ospitare tirocinanti nel proprio organico. Tuttavia, a incidere su questi processi vi è una pluralità di attori politici e economici che non solo detengono la responsabilità di regolare, controllare e valutare l’uso del tirocinio, ma che, in particolare nel nostro paese, hanno giocato un ruolo decisivo nel promuoverlo all’interno dei programmi di policy. Circa venti interviste raccolte tra gli attori politici e economici in Italia, Canada e India e venti interviste condotte tra i tirocinanti curriculari e extracurriculari di Bologna, costituiscono dunque la base empirica sulla quale è stata messa a verifica l’articolazione delle ambivalenze che caratterizzano il tirocinio.
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