"The Luck of Barry Lyndon" (1844; rivisto, nel 1856 con titolo "The Memoirs of Barry Lyndon Esq. of the Kingdom of Ireland") di William M. Thackeray sembrerebbe contraddire l’assunto di Claudio Guillén che l’Ottocento non sia stato un secolo propizio al picaresco. Infatti, secondo Guillén quel secolo fatto di “sognatori”, “ideologi”, “rivoluzionari” e “ribelli” non era in grado di accettare ed elaborare il personaggio ambiguo tipico del picaresco, l’“outsider a metà”, autosufficiente e libero ma disponibile al compromesso sociale pur di mantenere vivo il proprio bisogno di affermazione nel mondo. "Barry Lyndon" sembra possedere molte delle caratteristiche formali e tematiche che, secondo Guillén, contraddistinguono il romanzo picaresco in senso stretto. Ciononostante il romanzo non contribuisce a sostenere (o rifondare) il mito del picaro e il picaresco: il che darebbe ragione a Guillén nella sua affermazione sull’incompatibilità fra il genere e il secolo di Thackeray. Il saggio analizza il modo in cui "Barry Lyndon" trasforma il picaresco torcendone alcune sue convenzioni, soprattutto attraverso un trattamento eroicomico della narrazione. Il primo indizio eroicomico sta nel fatto che il narratore risulta spesso “inaffidabile”, e questo è un elemento tipico della tradizione satirica scribleriana, a cui anche altrove l’autore fa riferimento. Da ciò dipende anche l’intervento indiretto, iscritto nella narrazione stessa, e diretto dell’editor Fitz-Boodle (alter ego di finzione dell’autore), volto a demistificare la presunta grandeur del narratore, come già accadeva nella seconda tradizione scribleriana, quella dello Henry Fielding di "Jonathan Wild, the Great". Thackeray riprende quella tradizione eroicomica, mescolandola con la parodia delle narrazioni delle gesta dei furfanti trasformati in eroi del cosiddetto “romanzo di Newgate” (di ambientazione carceraria) e con la parodia delle storie militari un po’ reboanti di alcun contemporanei (per es. Charles Lever). Grazie a questo approccio parzialmente eroicomico, il mito picaresco viene assorbito nel mito “mandevilliano” della società, in cui la somma dei vizi individuali ha esito in una generale virtù pubblica – nonostante le ingenue pretese aristocratiche del narratore.

Il picaresco eroicomico e tragicomico nel "Barry Lyndon" di William Makepeace Thackeray

Flavio Gregori
2020

Abstract

"The Luck of Barry Lyndon" (1844; rivisto, nel 1856 con titolo "The Memoirs of Barry Lyndon Esq. of the Kingdom of Ireland") di William M. Thackeray sembrerebbe contraddire l’assunto di Claudio Guillén che l’Ottocento non sia stato un secolo propizio al picaresco. Infatti, secondo Guillén quel secolo fatto di “sognatori”, “ideologi”, “rivoluzionari” e “ribelli” non era in grado di accettare ed elaborare il personaggio ambiguo tipico del picaresco, l’“outsider a metà”, autosufficiente e libero ma disponibile al compromesso sociale pur di mantenere vivo il proprio bisogno di affermazione nel mondo. "Barry Lyndon" sembra possedere molte delle caratteristiche formali e tematiche che, secondo Guillén, contraddistinguono il romanzo picaresco in senso stretto. Ciononostante il romanzo non contribuisce a sostenere (o rifondare) il mito del picaro e il picaresco: il che darebbe ragione a Guillén nella sua affermazione sull’incompatibilità fra il genere e il secolo di Thackeray. Il saggio analizza il modo in cui "Barry Lyndon" trasforma il picaresco torcendone alcune sue convenzioni, soprattutto attraverso un trattamento eroicomico della narrazione. Il primo indizio eroicomico sta nel fatto che il narratore risulta spesso “inaffidabile”, e questo è un elemento tipico della tradizione satirica scribleriana, a cui anche altrove l’autore fa riferimento. Da ciò dipende anche l’intervento indiretto, iscritto nella narrazione stessa, e diretto dell’editor Fitz-Boodle (alter ego di finzione dell’autore), volto a demistificare la presunta grandeur del narratore, come già accadeva nella seconda tradizione scribleriana, quella dello Henry Fielding di "Jonathan Wild, the Great". Thackeray riprende quella tradizione eroicomica, mescolandola con la parodia delle narrazioni delle gesta dei furfanti trasformati in eroi del cosiddetto “romanzo di Newgate” (di ambientazione carceraria) e con la parodia delle storie militari un po’ reboanti di alcun contemporanei (per es. Charles Lever). Grazie a questo approccio parzialmente eroicomico, il mito picaresco viene assorbito nel mito “mandevilliano” della società, in cui la somma dei vizi individuali ha esito in una generale virtù pubblica – nonostante le ingenue pretese aristocratiche del narratore.
Le maschere del picaro. Storia di un personaggio e di un genere romanzesco
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