Con questo numero dedicato al Campiello, «La Fenice prima dell’opera» fa un ulteriore passo in avanti nella bibliografia dedicata a Ermanno Wolf-Ferrari, dopo le due uscite precedenti dedicate ai Quatro rusteghi (3, 2005-2006) e alla Vedova scaltra (2, 2007). Tre titoli operistici importanti su altrettanti capolavori teatrali di Carlo Goldoni meritavano una specifica riflessione sul rapporto fra uno dei veneziani imprescindibili per la cultura di tutti i tempi e il teatro musicale seriore. Se ne occupa, nel secondo saggio di questo volume, Federico Fornoni, che traccia un itinerario denso d’interesse: dalla Locandiera di Rutini e Artusi (Firenze, carnevale 1800) al Signor Goldoni di Melega e Mosca, nel quadro delle celebrazioni del tricentenario della nascita (2007), passando per Malipiero e, naturalmente, per Wolf-Ferrari. Nemo propheta in patria, dice il proverbio: e Venezia non fu prodiga di applausi per il suo concittadino, anzi stroncò in maniera inoppugnabile Cenerentola, il suo debutto teatrale (1900), e accolse solo una prima assoluta delle cinque opere tratte da Goldoni (Gli amanti sposi nel 1925, dal Ventaglio). In compenso ne sfruttò, all’occorrenza, la forte connotazione locale, come nota Giovanni Morelli, anche in questa circostanza acuto osservatore della realtà storica lagunare: Con il tirare delle prime aure del «rinascimento fascista», a partire dal ’22 […] si profilò un piccolo tentativo di ripresa. Il Comitato cittadino era ancora una volta costituito più da classici «bei nomi» dell’aristocrazia lagunare […] che non da nuove personalità rappresentative della nuova nazionalità; per pochi anni ancora, senza rinnovare alcunché, il nuovo organo di gestione si adattò a riapplicare, più o meno pari pari, il solito modello della presentazione di opere prese supinamente a prestito dal giro di una o più compagnie impresariali (appena appena guarnendo le stagioni di piccola routine con l’aggiunta, di fatto talora non poco impopolare in platea e in galleria, di qualche «novità», più precisamente, quasi sempre di qualche opera di un compositore vivente e possibilmente genio in loco – Wolf-Ferrari, Cattozzo, Bianchini). Così che quando si trattò di solennizzare in Fenice, nel 1923, la prima visita veneziana di Mussolini primo ministro, senza attingere ad alcuno dei peraltro molti bazar tematici della rivoluzione mussoliniana, senza tentare espressioni persuasive degli appeals della razza nazionale, senza dimostrare la capacità di Venezia di saper fascistizzare la propria locale, altra chance non risulta praticabilmente offrirsi agli ospiti lagunari se non quella del cedimento alla tentazione di esibire e offrire al duce una consuetudinaria passione nazional-vernacola passatella, condensatasi nel giro di non molti anni, sino a un certo grado di sublimità ampiamente recepita (in specie fuori d’Italia, nei teatri austriaci e bavaresi) nella più «riuscita» delle commedie goldoniane di Wolf-Ferrari (I quatro rusteghi). Ma Ermanno Wolf, poi anche Ferrari (affiancò il cognome della madre a quello paterno nel 1895) di patrie ne aveva ben due, e la Germania lo ripagò abbondantemente, fin dal suo primo lavoro goldoniano Le donne curiose, che esordì a Monaco di Baviera, tradotto in tedesco col titolo Die neugierigen Frauen, nel 1903. Della ricezione del compositore, in particolare nella sua seconda patria, anche in relazione al concetto di «popolare», si occupa nel saggio d'apertura Carlo Vitali, autore di un’importante ricerca storica originale che prende le mosse dalla ricezione di Goldoni negli anni delle dittature. Rimandiamo il lettore curioso alle pagine seguenti, che mettono in luce alcune valenze, sinora trascurate dalla critica, di quel folclore veneziano che infiora l’arte scenica di Wolf-Ferrari. Un’arte che i pennivendoli del tempo difendevano a spada tratta perché espressione «di uno stile che s’allaccia al più glorioso passato, ma rivissuto in una interiorità profonda e riconoscibile al primo istante». Un’arte in grado di ispirare sentimenti superiori a ‘filosofi’ come il senese Giulio Cogni, fra i primi a esaltare la svolta razzista del regime, dopo averla precorsa: Or non è molto, diceva un ascoltatore a una prova del Campiello a Roma: «Quanta pace dà questa musica!». «Quanta pace!» è l’espressione esatta. Il pubblico si allieta in essa come calamitato di desiderio, perché cerca sempre qualcosa che pasca interamente il suo animo e lo porti via dalle cure del giorno. Quando le armonie non son buone e non sono pure, subentra un fastidio interiore, come per cose che non stanno insieme. Quando la melodia musicale è soltanto una cosa piacevole, allora il godimento è grasso, e, nonostante la piacevolezza, nell’anima non c’è alcuna pace né armonia.

Ermanno Wolf-Ferrari, «Il campiello»

GIRARDI, Michele
2014

Abstract

Con questo numero dedicato al Campiello, «La Fenice prima dell’opera» fa un ulteriore passo in avanti nella bibliografia dedicata a Ermanno Wolf-Ferrari, dopo le due uscite precedenti dedicate ai Quatro rusteghi (3, 2005-2006) e alla Vedova scaltra (2, 2007). Tre titoli operistici importanti su altrettanti capolavori teatrali di Carlo Goldoni meritavano una specifica riflessione sul rapporto fra uno dei veneziani imprescindibili per la cultura di tutti i tempi e il teatro musicale seriore. Se ne occupa, nel secondo saggio di questo volume, Federico Fornoni, che traccia un itinerario denso d’interesse: dalla Locandiera di Rutini e Artusi (Firenze, carnevale 1800) al Signor Goldoni di Melega e Mosca, nel quadro delle celebrazioni del tricentenario della nascita (2007), passando per Malipiero e, naturalmente, per Wolf-Ferrari. Nemo propheta in patria, dice il proverbio: e Venezia non fu prodiga di applausi per il suo concittadino, anzi stroncò in maniera inoppugnabile Cenerentola, il suo debutto teatrale (1900), e accolse solo una prima assoluta delle cinque opere tratte da Goldoni (Gli amanti sposi nel 1925, dal Ventaglio). In compenso ne sfruttò, all’occorrenza, la forte connotazione locale, come nota Giovanni Morelli, anche in questa circostanza acuto osservatore della realtà storica lagunare: Con il tirare delle prime aure del «rinascimento fascista», a partire dal ’22 […] si profilò un piccolo tentativo di ripresa. Il Comitato cittadino era ancora una volta costituito più da classici «bei nomi» dell’aristocrazia lagunare […] che non da nuove personalità rappresentative della nuova nazionalità; per pochi anni ancora, senza rinnovare alcunché, il nuovo organo di gestione si adattò a riapplicare, più o meno pari pari, il solito modello della presentazione di opere prese supinamente a prestito dal giro di una o più compagnie impresariali (appena appena guarnendo le stagioni di piccola routine con l’aggiunta, di fatto talora non poco impopolare in platea e in galleria, di qualche «novità», più precisamente, quasi sempre di qualche opera di un compositore vivente e possibilmente genio in loco – Wolf-Ferrari, Cattozzo, Bianchini). Così che quando si trattò di solennizzare in Fenice, nel 1923, la prima visita veneziana di Mussolini primo ministro, senza attingere ad alcuno dei peraltro molti bazar tematici della rivoluzione mussoliniana, senza tentare espressioni persuasive degli appeals della razza nazionale, senza dimostrare la capacità di Venezia di saper fascistizzare la propria locale, altra chance non risulta praticabilmente offrirsi agli ospiti lagunari se non quella del cedimento alla tentazione di esibire e offrire al duce una consuetudinaria passione nazional-vernacola passatella, condensatasi nel giro di non molti anni, sino a un certo grado di sublimità ampiamente recepita (in specie fuori d’Italia, nei teatri austriaci e bavaresi) nella più «riuscita» delle commedie goldoniane di Wolf-Ferrari (I quatro rusteghi). Ma Ermanno Wolf, poi anche Ferrari (affiancò il cognome della madre a quello paterno nel 1895) di patrie ne aveva ben due, e la Germania lo ripagò abbondantemente, fin dal suo primo lavoro goldoniano Le donne curiose, che esordì a Monaco di Baviera, tradotto in tedesco col titolo Die neugierigen Frauen, nel 1903. Della ricezione del compositore, in particolare nella sua seconda patria, anche in relazione al concetto di «popolare», si occupa nel saggio d'apertura Carlo Vitali, autore di un’importante ricerca storica originale che prende le mosse dalla ricezione di Goldoni negli anni delle dittature. Rimandiamo il lettore curioso alle pagine seguenti, che mettono in luce alcune valenze, sinora trascurate dalla critica, di quel folclore veneziano che infiora l’arte scenica di Wolf-Ferrari. Un’arte che i pennivendoli del tempo difendevano a spada tratta perché espressione «di uno stile che s’allaccia al più glorioso passato, ma rivissuto in una interiorità profonda e riconoscibile al primo istante». Un’arte in grado di ispirare sentimenti superiori a ‘filosofi’ come il senese Giulio Cogni, fra i primi a esaltare la svolta razzista del regime, dopo averla precorsa: Or non è molto, diceva un ascoltatore a una prova del Campiello a Roma: «Quanta pace dà questa musica!». «Quanta pace!» è l’espressione esatta. Il pubblico si allieta in essa come calamitato di desiderio, perché cerca sempre qualcosa che pasca interamente il suo animo e lo porti via dalle cure del giorno. Quando le armonie non son buone e non sono pure, subentra un fastidio interiore, come per cose che non stanno insieme. Quando la melodia musicale è soltanto una cosa piacevole, allora il godimento è grasso, e, nonostante la piacevolezza, nell’anima non c’è alcuna pace né armonia.
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