L’«inspiegabile divisione» (неизъяснимое разделение) psicofisica della personalità sperimentata dal giovane barin Nikodim Michajlovič Ipat’ev, protagonista del romanzo filosofico di Aleksej Skaldin Stranstvija i priključenija Nikodima Staršego [Peregrinazioni e avventure di Nikodim il Vecchio]4, va certamente letta come un tributo dell’ultimo (in ordine cronologico) dei simbolisti russi ad un tema di antica memoria, caro alla mitologia e alla classicità – quello del “doppio” –, che, a partire da Pogorel’skij, passando per Puškin, Odoevskij, Gogol’ e Dostoevskij, aveva imperversato nell’Ottocento russo e, prima ancora, nell’ambiente letterario europeo barocco e romantico, confermandosi nel Novecento, secolo del relativismo e della crisi dell’io, come il tratto distintivo della modernità. Eppure lo sdoppiamento, a detta di Pasolini «la più grande delle invenzioni letterarie», se ricollega Skaldin alla grande tradizione culturale otto-novecentesca, è un Leitmotiv che l’autore desume non da fonti esterne ma dall’intimo della propria esperienza personale. La mia analisi della scissione identitaria del Nikodim skaldiniano si basa appunto sull’ipotesi di una totale o parziale identificazione dello scrittore con il suo personaggio, nella convinzione che solo un accurato esame del substratum autobiografico dell’opera ci possa restituire il significato e la funzione che in essa riveste il topos della destrutturazione e moltiplicazione dell’io.

Il tema del “doppio” nel romanzo di A. Skaldin Stranstvia i priključenija Nikodima Staršego

TORRESIN, LINDA
2012

Abstract

L’«inspiegabile divisione» (неизъяснимое разделение) psicofisica della personalità sperimentata dal giovane barin Nikodim Michajlovič Ipat’ev, protagonista del romanzo filosofico di Aleksej Skaldin Stranstvija i priključenija Nikodima Staršego [Peregrinazioni e avventure di Nikodim il Vecchio]4, va certamente letta come un tributo dell’ultimo (in ordine cronologico) dei simbolisti russi ad un tema di antica memoria, caro alla mitologia e alla classicità – quello del “doppio” –, che, a partire da Pogorel’skij, passando per Puškin, Odoevskij, Gogol’ e Dostoevskij, aveva imperversato nell’Ottocento russo e, prima ancora, nell’ambiente letterario europeo barocco e romantico, confermandosi nel Novecento, secolo del relativismo e della crisi dell’io, come il tratto distintivo della modernità. Eppure lo sdoppiamento, a detta di Pasolini «la più grande delle invenzioni letterarie», se ricollega Skaldin alla grande tradizione culturale otto-novecentesca, è un Leitmotiv che l’autore desume non da fonti esterne ma dall’intimo della propria esperienza personale. La mia analisi della scissione identitaria del Nikodim skaldiniano si basa appunto sull’ipotesi di una totale o parziale identificazione dello scrittore con il suo personaggio, nella convinzione che solo un accurato esame del substratum autobiografico dell’opera ci possa restituire il significato e la funzione che in essa riveste il topos della destrutturazione e moltiplicazione dell’io.
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